La cerca, poesie di Paolo Santarone

La prima delle poesie qui proposte è nata come composizione isolata. Le altre fanno parte di un progetto incompiuto che si fondava sul mito poetico della Cerca.
Ho sempre sentito mia l’idea medievale di Cerca (cerca del Graal, ma soprattutto grande metafora dell’assoluto cercare) come aspirazione a tutto ciò che, come persona e anche come poeta, vorrei essere e solo in minima parte potrò mai essere.
Così sarà un poeta men che minore, che dentro sente una vocazione di grandezza e che fonda la sua Cerca sulla ricerca formale (il lavoro sulle parole e sugli spunti creativi) ma anche sulla ricerca del sé e delle ragioni profonde e inattingibili del tutto (un Graal moderno, insomma!). Il novello Perceval è poi in realtà un turista come gli altri, uno che va a guardar le cose con il naso per aria, ma forse con una briciola di consapevolezza in più.
Così sarà un cavaliere piccolo piccolo con grandi sogni.
   
***
  
Noi
  
  
Per noi
che già eravamo nati
quando Carlo bagnava le sue stanchezze
nei lavacri d’Aquisgrana
mill’anni son trascorsi
in una tepida noia di sconfitte
e d’ideazioni
  
Per noi
che già eravamo vecchi
quando Cristobal scoprì
la dura fragilità dell’uovo
furon motivo di riso le dissertazioni
dei Domenicani
davanti a quegli esseri strani che uomini non erano
ma pure
con due piedi e due mani
e con chiome piumate
umani parevano in tutto
  
Per noi
che già eravamo finiti
al sorgere del penultimo secolo
tutto sembrò già visto e già vissuto
Il sangue e la speranza
la fede dell’uomo che cresce
la sua contraddizione
la sua capacità di stupro e tenerezza
e la sua buona e semplice natura
di sapiens o sapiens sapiens
come l’avevamo battezzato
  
Noi
già tutto sappiamo
dei nuovi mille anni che verranno
già
uno per uno contammo i morti e le invenzioni
glorie e capitolazioni
gli abbandoni di dolcezza
e lo struggimento del tempo
  
Noi
siamo pietre di cristallo
incistate
nella geologia della storia
e altra voce non abbiamo che l’umidore
che da noi trasuda
nell’algore dei mattini
(umidore che la volpe viene a leccare
all’alba
per dissetarsi nel deserto)
  
Noi
non conosciamo parola altra che
“essere”
eppure questa parola vestiamo
con costante disperazione
con disperata costanza di suoni e d’invenzioni
per farla udire
per renderla diversa e appetibile
(e almeno un poco ascoltata nel silenzio di quella buia stanza
che separa la panza dal cervello)
  
Noi
fuori e dentro siamo a un tempo
e
quando la magia riesce
risacca che cresce sullo scoglio
fischio lieve
del vento sulla neve
crepuscolo dell’alba e dei tramonti
luce che discialba la notte
ombra che scende tacita dai monti
  
***
  
Tre visioni in Santa Sofia
  
  
Prologo
  
Come in una cerca ho vagato
in questo sconsacrato luogo
del divino
Qui
maree che una misteriosa luna attrae
o respinge
risacche che l’onda scaraventa
o ritrae
fede e sangue
s’alternano eterni
nei segni di mani umane
graffiati nella storia delle pietre
  
Di due dei splendette qui la gloria
ognuno con propri culti
e confliggenti fedi
Qui fuoco e saccheggio celebrarono
l’ebrezza della vittoria
la gloria dello stupro
Qui la clemenza del sovrano guerriero
assoggettato dalla bellezza
impose d’inchinarsi al rispetto
  
Trepida diligenza d’antichi mosaicisti
che commettevano Cielo e terra
in unico sacro impero
perizia di pittori di parole
che bravamente figurarono il nome
di Colui che non ha figura
ardire d’architetti che sfidarono le leggi
impastando reliquie e cemento
a rafforzare di Dio la fragilità della statica
  
*
  
  
La prima visione
   
Un grosso uomo canuto
s’aggira tra i turisti
lo guida un lungo bastone sottile
bianco
  
Non vede la volta grandiosa
i mosaici
le sacre cerate col nome di Allah
  
Ascolta non so che cosa
rimbalzi di suoni? silenzi?
annusa l’odore dei marmi
infradiciati di storia
  
La punta del bianco bastone carezza
la frescura delle pietre
il collo la gola protesa
come in attesa d’un segno
   
o forse
Dio è più vicino a chi non ha occhi
Lo guida con sussurri
   
*
  
   
La seconda visione
   
Incedono sbilenche le due gemelle
identiche
identicamente vestite
un passo sgraziato identico per due vecchie donne
  
Guardano le colonne
i muri gli affreschi la volta
le geometrie del matroneo
come per un dovere sgradito
   
Soldati d’un esercito perduto
inermi devastatori
le muove la fretta voglia di essere altrove
vanno veloci nel loro mascolino claudicare
  
Sono esse lo specchio
il doppio
in questo tempio doppiamente sacro
in questo dualismo di un unico dio
nella Casa che oggi è museo
   
La santità del Duale
mi passa vicina distratta
accenno un inchino non còlto
non vedono non ascoltano
Mi sfiorano con lieve brezza
e passano oltre
   
*
  
    
La terza visione
    
La terza visione è un insetto molesto
Una zanzara
Il ragazzino ronzante
zigzaga in monopattino nel tempio
   
Con destrezza salta gradini
s’intrufola tra la gente
qualcuno sfiora qualcuno urta
villano e indifferente
   
Preso dal suo gioco
fa gimcane nel matroneo
circumnaviga sdegnoso l’omphalos
struscia di spalla Costantino il Grande
nell’avventura d’una curva stretta
quasi un testacoda
   
Questo piccolo vandalo innocente
vive qui dentro come in una casa
gioca qui dentro come in una piazza
figlio d’un malaccorto guardiano forse
o indecifrato segnale d’un misterioso messaggio
   
*
  
   
Epilogo
   
Pacificato
ho ritrovato quello che cercavo
il sudore dei marmi
la trasparenza dell’aria
il silenzio
  
Con minuzia ho osservato le deesis
ho frugato nei volti delle sante
ho carezzato il lucore delle colonne
e respirato i secoli
  
In più
il dono delle tre visioni
irrisolvibili enigmi
ipotesi di segni
  
Forse soltanto
sogni ispirati da un dio giocoso
(quale dei due?)
a me che nel mio silenzio cercavo
  

***
  
  
Pointe de Raz
  
Finistère. Finis terrae. Uno dei tanti luoghi
in cui il mondo finisce.
Oppure, se dai le spalle al mare, comincia.
   
  
Terra di Francia muore
e declina occidente
uno zodiaco di fari
e qualche vela remota
   
Più sotto la Baia dei trapassati
dove un tempo le anime dei morti
venivano a raccolta
per affrontare l’Oltre
   
Gli dei tristi dei calvari bretoni
presso chiese corrose dal lichene
e cimiteri severi
donne senza sorriso
   
La Cerca nacque qui
dove maree atlantiche
oscillano chilometri
rena alghe molluschi
   
Da queste sponde
la leggenda di Parsifal
mitologia di sangue
pietà e memoria
   
Inaudita arroganza dei puri
insostenibile pretesa dei santi
e gloria d’un’impresa
che ha per esito certo il fallimento
  
Senza animo casto anche oggi
qui s’aggirano uomini
frugano nei bassifondi del tempo
per un lampo d’illuminazione
   
Nel mio vagare in cerca di metafore
invento le ostinate fantasie
e sogni come spettri
attraverso il mio specchio
   
Vaneggiando d’aver colto il premio
da uno squarcio di nubi e gabbiani vedo il Senso
L’emozione galleggia
relitto che l’onda irridente ricopre
  
  

***

  
Dopo una distratta vacanza
  

  
Mi sono perso su quel Fiume
come un viandante con il suo bordone
Un mondo color beige creava la tempesta
oltre la breve sponda verde
che divide l’acqua dal deserto
   
Gridavano i ragazzi dalla riva
tra inconsuete vaccine
Le palme piegavano le loro mani
supine
alla pressione del vento
   
Con i calzoni corti e gli occhiali da sole
sul ponte rovente della piccola nave
turista tra turisti cretino tra cretini
a sognare un cammino tra antico e natura
con la formula dell’all inclusive
  
E si guardava quel che era dato guardare
a volte con un po’ d’irritazione
per la ben panificata gestione del turista
a bocca aperta e macchina a tracolla
a odorare pipì di faraone
   
Pure anche là
ridicolo Chisciotte
apriva gli occhi al sogno il tuo poeta
E là sono rimasto prigioniero
nostalgia dell’inarrivato
   
Quieta la Cherry boat
col personale in stile coloniale
carezzava il più magico dei fiumi
e non potevo riconoscermi nel suo torbido
anche se lo avrei tanto voluto
  
   
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Pubblicato su Autori, Poesia italiana, Santarone Paolo

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