Gli amanti, racconto di Agata Bui

Gli amanti

racconto di Agata Bui

  

  

Quando si parla di un amore lo si è già tradito. Per questo gli amanti sono muti.

Per farlo dovrebbero passargli attraverso, a recuperare la memoria, con le sue invenzioni e i suoi errori – la memoria dei volti, che è la prima, la più violenta, di una bellezza sfibrante – e ricordare sino a conoscere ogni gesto a memoria, fino a servirsi della memoria per fare a pezzi il ricordo, correndo il rischio di sbranare tutto. Anche i sorrisi.

Ma la memoria degli amanti è una tomba in cui i pensieri annaspano nevrotici fallendo ogni tentativo. Perché non esiste niente per loro da cercare. Niente da riesumare.

Per farlo, dovrebbero poter parlare in fretta per non parlare mai più, per non pronunciare mai più dopo una sola parola, con la paura di non riuscire a finire, di non smettere mai, di morire per tanto parlare e con il terrore che nel silenzio arrivino solo suoni incomprensibili e le parole cadano nel vuoto – brandelli di ricordi strappati a caso.

Farneticando, conoscendo soltanto i fatti, la loro impossibilità e l’atroce impossibilità di raccontarli. Confondendosi. Finendo per non riconoscere più chi stia partendo, chi stia tornando.

Gli amanti non sanno affrontare una fatica così, che è ancora più della fatica dell’amore stesso.

Dunque occorre un essere concavo, pronto per riempirsi di parole, pronto ad inventarsi qualcosa da sapere di un amore, con quello che sa di se stesso, fingendo di parlare per gli amanti, dato che ogni racconto vuole una dedica.

Per parlare di un amore,  lo si deve inventare come se fosse l’amore di qualcun altro. Del proprio amore non si può dire, se non quando è diventato altro. Scrittura appunto.

  

Gli amanti sono. Da qualche parte.

Una tristezza sottile morde loro gli occhi.

Potrebbero attendere che il loro amore passi, come passano le infezioni e i virus.

Potrebbero smettere di presagire legami, di costruire sistemi. Stare nel particolare, nell’istante, abbandonare ciò che credono di se stessi, la tradizione dei legami logici, e lasciare che i gesti bastino. Ritornare alla visione del mondo animista, dove la natura è popolata di spiriti e la vita è un susseguirsi di riti.

Potrebbero ricoprirlo di terra e cantare la messa solenne sul suo cadavere, osservandolo impedire la cerimonia e rinascere. Per rimanere. Un amore dissotterrato.

Potrebbero prenderlo come un gioco allo spreco, un sovrappiù al loro destino, un’invalidità temporanea, la ferita che duole quando cambia il tempo, il fastidioso occasionale contatto con la stupidità della vita.

Potrebbero ricordarsi di come si sono presi. Perché è vero solo il corpo. E il corpo muore.

Ogni amore è una coincidenza.

Una donna che vede un uomo, mentre le capita di essere bella.

Una donna che tocca le labbra di un uomo, che gli entra nella gola come un cibo, lasciandogli il suo sapore appiccicato alla bocca. E un uomo che vorrà sentire di nuovo quel sapore e non gli basterà cercarlo battendosi la lingua sul palato.

Un uomo che si appoggia ai seni di una donna per ascoltare il ritmo del suo respiro bruciargli la fronte. E gli sembrerà di volerlo risentire per sempre.

Una donna che vuole essere ubriaca, il desiderio conficcato nel ventre che le provochi crampi di dolore.

Una donna che incide la pelle di un uomo come i morsi di una medusa lasciando impronte che sembrano bruciare. E un profumo denso e dolciastro.

Lui guarda la sua bocca sul volto emaciato, distrutto.

Pensa di lei che abbia un sorriso bellissimo, osceno.

Insetti minuscoli gli disturbano gli occhi.

Lo sfregio del piacere è simile alla crepa perfetta incisa sulla parete bianca. Lui non resiste. Chiude gli occhi.

La sente muovere le labbra, spingergli il respiro tra i denti. Per non uscirne mai più.

  

Gli amanti hanno bisogno di dire qualcosa di stupido, qualcosa che faccia di loro la prova vivente che il tempo non esiste.

Lei potrebbe dirgli di non tornare – ma le accade di essere muta a volte – prima che i suoi segni su di lui si allarghino e diventino macchie indelebili. Prima che lei si pieghi sul pavimento, butti le mani in gola, vomiti la nausea delle colpe dei segreti dei tradimenti di tutto il mondo. Prima di maledirlo per averla desiderata, aver abbandonato la sua notte, aver cercato luce e zone d’assenza dove riposarsi dal suo pensiero ed essere tornato a desiderarla. Prima di maledirlo per aver voluto lei e il mondo insieme con l’insopportabile ingenuità di chi ha già scelto la vita che verrà dopo. Prima di maledire se stessa per aver amato tanto la forma tagliata della sua bocca. Potrebbe urlargli di lasciarla sola – ma a volte la sua mente manda voci. E il frastuono è insopportabile.

Scoprendo la sua figura, mentre le forme si staccano dal corpo per lasciarvi solo i contorni, lui vuole riempire lo spazio intravisto all’interno dei segni che disegnano la sua ombra e la precipitano nel nulla. Desidera prenderla con una tale violenza da poterla uccidere e resuscitare insieme. Se solo lei volesse.

Cosa vuole? Lui potrebbe chiederlo. E sapere tutto. Subito.

Le cose e l’opposto delle cose.

Che amarla sia scomodo, doloroso, che gli dia spasimi bruni come sangue.

Che gli accada di non essere altro che il fantasma dei loro incontri.

Lasciargli il pensiero ossessivo di non poter sopportare nient’altro che non sia il suo volto contratto, gli aghi dei suoi capelli sulla fronte, il suo sudore sul ventre. Chiudergli tutte le porte alla spalle e gettarlo in un letto oscuro dove i soli gesti possibili siano gesti d’amore.

O amarlo dell’amore dei morti, che dell’essere amato vogliono solo che viva.

Quello che si vuole di un amore è già diventato impossibile.

Forse è un bene.

Ogni amore ha per fine il suo suicidio.

“Non ti libererai mai di me”. Questo può dire l’uomo.

“Mi avrai nel tempo”. Questo può dire la donna.

Quando gli riposa sul petto lui l’accarezza come si fa con un animale che ci dorme in grembo. La bacia e lei gli risponde in ritardo, sempre un attimo dopo, quando le sue labbra la stanno già abbandonando. Baci tramortiti che rimangono a mezza via tra la sua bocca e il vuoto.

Lui ha gli occhi scuri e gonfi che lei immagina essere degli animali in amore.

La fissa e sorride, alzando il mento, inclinando la testa verso la spalla. Ogni volta sarà lo stesso movimento, quasi come un tic. Come se guardandola volesse penetrarla di nuovo, con calma, con lentezza. Più che guardarla, sembra cercare di possedere l’idea del guardarla.

Grazie a questo gesto, lei lo riconoscerà ovunque, anche fra un milione di anni, anche fra un milione di uomini. Imparando questo gesto senza accorgersene, imparerà anche la nostalgia di assomigliargli.

  

Dopo di lui è come prima, nell’ozio, nella noia. Prima o dopo è la stessa attesa, la stessa pigrizia.

Lui arriva mille volte, se ne va mille volte. Non c‘è niente da fare, niente che valga la pena di essere fatto nel frattempo.

Immobile, lei mantiene morbida la pelle, mantiene chiari gli occhi. Dal momento in cui se ne va, si prepara ad accoglierlo come si fa con un magnifico vizio.

Sola, immagina di essere l’attrice di uno spettacolo che gli scorre in eterno davanti agli occhi, uno spettacolo in cui lei dura, non finisce. In cui lui la tiene nella mente come una reliquia, in cui lei è il suo splendido rimpianto. Un oceano fluido in cui muoversi con la sua onnipresenza muta accanto. Sa cosa risponderebbe ai suoi sorrisi, cosa penserebbe del colore delle sue labbra.

L’inazione è il suo modo di essere divina. Solo gli dei perdono tempo.

Dopo di lei i tetti di una città, le strade piene, rumorose.

Lui scivola sulla salma del mondo che lo mantiene in vita, sulla quale ha bisogno di muoversi, di far correre le mani.

Questo lui sa di se stesso. Di essere un corpo nel mondo.

E lei?

Altro.

Dopo di lei guarda quel mondo con la vista menomata, un occhio vuoto che fissa immobile, un occhio cieco, sofferente della coscienza confusa e amara del ricordo della vista. A volte gli capita di intravedere il mondo e loro staccati in quello, pezzi di corpi, braccia e mani separate. Poi sembra per un attimo che lei sia di nuovo. Cerca di toccarla, ma non riesce a distinguerne la bocca, così non sa se sorride o fa una smorfia di dolore. Lei non si muove, non parla – non può.

  

Ogni volta lei decide sia qualcosa di diverso, non più l’amante. Ogni volta decide di perderlo.

Ogni volta affronta come se fosse l’ultima la fatica di essere bella.

A volte vorrebbe urlare.

Una volta lo fa. Un urlo faticoso che esce a stento.

Invecchio. Pensa.

Gli occhi sono spilli puntati in basso, sulla carne.

“Invecchio” dice.

Si è sempre da qualche parte perché qualcuno non ci ha voluti altrove. Non è un male.

Non sarà più bella. Non lo era stata che un attimo.

Lui guarda la sua tristezza insopportabile e non ricorda più che cosa ami. In quanto a lei, non l’ha mai saputo, ma sono cose che difficilmente si sanno. Gli sembra per un attimo che sia una donna morta, poi si ricorda del corpo, del desiderio, che è tutto quello che gli sembra sapere di lei.

Parla di pazzia. Alza la voce.

Invoca una scienza che spieghi perché sia possibile solo il ritorno. E il dolore nell’assenza del ritorno.

Capire qualcuno è smettere di volere che ci assomigli.

E’ qualcosa che gli amanti non sanno. Avranno in comune per sempre questo errore.

Esiste un momento in cui del tempo non se ne fa più nulla, qualcuno l’ha misurato e ha creato la distanza. Né dopo, né ritorno, né corpo né bocca, ma il solo silenzio.

E’ ciò che gli amanti conoscono meglio. Allora bisognerà disimpararlo.

  

Esiste un momento che sembra coincidere con la coscienza precisa dell’assenza di verità, che riunisce e scompone in un processo infinito tutti i credo, tutti i maestosi momenti di vita inventati, tutto il pensato e il non avuto, un momento in cui ogni cosa è, semplicemente, è accaduta, non lascia niente dietro, un momento in cui tutti i pezzi di tempo vengono risucchiati dalla memoria come da un magnete, in cui passato presente e futuro risultano di una ineluttabile chiarezza nella loro falsità.

Gli amanti sono, da qualche parte.

Pallidi, raggomitolati sul fianco, gli occhi chiusi. Sdraiati, il viso al soffitto, le mani abbandonate lungo il corpo, vuote. Si muovono come nel sonno, scivolano l’uno verso l’altro desiderando tirarsi addosso l’uno il corpo dell’altro come una coperta bollente.

Lei cerca di raccontare un sogno.

Faceva all’amore con un uomo di cui non sapeva nulla. Il volto non assomigliava a nessun volto noto. Non ne riconosceva un tratto, un particolare. L’aveva amata in segreto, tanto tempo prima. Lei lo scopriva solo ora, mentre leggeva ciò che aveva scritto: – Sento il suo orgasmo sotto le dita. Una pellicola di carne che si lacera senza rumore. Niente al di fuori del timbro afono dei muscoli che si tendono, muoiono, si tendono di nuovo. – L’uomo le strappava i fogli di mano. Il suo corpo le sembrava quello di un bambino. Temeva si spezzasse sotto le sue mani, tanto lo credeva fragile. Ma resisteva. La pressione del suo corpo bianco su di lei continuava all’infinito e niente accadeva più di diverso. Fino al risveglio.

Lui si butta sulla pelle umida stretta alle lenzuola, sulla forma marina, liquida, per coprire le pause, legare gli istanti vuoti.

Lei ride. “Forse ci sarà una vita in cui essere fortunati” dice.

Lui ride. Dice: “Forse, se saremo fortunati, non ci sarà più nessuna vita”.

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Pubblicato su Autori, Bui Agata, Narrativa

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