Su Manuel Vasquez Montalban, di Lol Von Stein

   

  

Gli amici lo chiamano Manolo. Un soprannome ovvio per chi si chiama Manuel. La cosa strana, semmai – è essere chiamato così anche da migliaia di altre persone, in tutto il mondo. Sta per tornare. Sta per dare alle stampe un romanzo enorme e denso, l’ultima storia del personaggio che lo ha reso famoso, il gagliego Pepe Carvalho, un giro del mondo insieme all’amata Charo e all’amico Biscuter.

Manolo sta per tornare. Ma non torna.

E’ ottobre, e l’Asia è una bolla calda e fumante.

Manuel Vazquez Montalban ero arrivata in ritardo. La Spagna e il mondo intero erano cambiati, gli anni sessanta – e settanta – erano lontani.

Così avevo compiuto il percorso a ritroso.

Per primo avevo trovato Pepe Carvalho, letto tutto d’un fiato, con la frenesia dell’innamoramento, un romanzo dopo l’altro –poi gli articoli – anche sui giornali italiani.

“È la Storia a decidere se i terroristi sono futuri statisti. Se i terroristi vincono, possono arrivare a dirigere gli stati, ad essere ricevuti nelle migliori ambasciate, compresi quelli che sono stati insigniti del Premio Nobel per la Pace, compresi i terroristi intellettuali come Henry Kissinger.

Se i terroristi si lasciano ammazzare con un colpo alla tempia da commandos specialmente addestrati alla salvezza dell’ordine internazionale nei momenti di alto rischio, il terrorista morto sarà un terrorista a tutti gli effetti e il terrorista di Stato continuerà a utilizzare in modo appropriato il titolo di statista e il sorriso dello Stato.”

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E poi i saggi, gli altri romanzi, l’amore per il cibo, il vino, le ricette. E mi immaginavo la pretesa di sederci – tutti – ad una tavola imbandita – senza la volgarità del lusso, ma con la raffinatezza della bellezza e della necessità.

Il non poter mangiare è politica. La fame è politica. (…) La rivendicazione del bere è quasi politica. È una protesta contro la ley seca, il proibizionismo. Per questo Philip Marlowe e Sam Spade bevono tanto.

Noi di sinistra abbiamo scoperto la cucina quando abbiamo perduto di vista l’assalto al Palazzo d’Inverno. Dal punto di vista della cultura della sinistra “repressiva”, ci si è sempre dimenticati del cibo, liquidandolo come una questione borghese. La cultura popolare, invece, lo ha sempre rivendicato come una manifestazione di festa, di partecipazione (un giorno o due all’anno, evidentemente per motivi economici).

 

E da ultimo le poesie, che invece erano state le prime ad essere pubblicate, in tempi in cui in Spagna operava la censura, la protesta portava al carcere e a qualcuno la poesia era sembrata una forma di conoscenza e di comunicazione, una possibilità di raccontare la realtà e di lottare per cambiarla.

Montalban, da parte sua, era andato oltre la poesia social, aveva saccheggiato l’immaginario musicale e filmico popolare, aggiunto l’ironia e sparso poesie nei romanzi. Con coraggio, lucidità e un meraviglioso talento per le parole.

“Nonostante io tenda a far sì che la mia scrittura intervenga nel sociale e nello storico, qualche critico ha notato la tentazione ermetico-surreale che mi accompagna fin dal primo libro di poesie.”

“Cinema e canzoni si sono alimentati di letteratura. È ora insomma che la letteratura si alimenti di cinema e canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d’élite e cultura di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura.”

Così le poesie mi erano sembrate come le briciole di Pollicino e, un passo dopo l’altro, avevo scoperto una mappa intellettuale e sentimentale che avrei trascorso anni a percorrere e ripercorrere.

“La magia della parola è l’unica forza che gli intellettuali speculativi possono opporre all’oscenità del reale.”

montalban

Poi, Manolo non era tornato, dal viaggio in oriente.

Un poeta che muore non lascia vuoti ma voragini piene delle sue parole. E bisognerà imparare a farsele bastare e farle durare, perché non ce ne saranno altre.

C’è un punto preciso, nel vecchio aeroporto di Bangkok, di fianco alla scala mobile, nel quale mi sembrava, ogni volta, di percepire il sorriso amaro di Manolo Montalban mentre si accasciava al suolo. Altre volte sentivo il suo fantasma, spirito inquieto, spiare i viaggiatori con cinismo – rabbia – tenerezza.

Ma sicuramente inventavo. Nel vecchio aeroporto di Bangkok io, dopo anni, ancora mi perdevo.

“Me ne vado in Nepal

marinaio di navi affondate

non voglio amare

chi morire ha potuto

in battaglia navale

 

amo i disertori di tutte le battaglie

quelli che hanno imparato a camminare all’indietro

che seppelliscono i paesaggi di ogni aurora

e pagano soltanto con i segni del loro amore

 

Me ne vado in Nepal

perché non ho un marito

né devo allattare

un figlio di prigioniero

leale e principale

 

amo i disertori di tutte le battaglie

quelli che non lasciano tracce, parole o sguardi

soltanto tatto e livide orme digitali

in pieghe private che non intendo mostrare.”

Terra-e-libertà

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Pubblicato su Autori, Bui Agata, Poesia straniera e traduzioni, Saggi

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