Vietnam di Agata Bui con note introduttive di Luigi Paraboschi

Vietnam, prosa poetica di Agata Bui con note introduttive di Luigi Paraboschi.

   

Se qualcuno nominasse “ la battaglia di Dien-Bien-Phu “ in un collettivo di under thirty correrebbe il rischio di avere una risposta corretta ogni cento intervistati, e vorrei aggiungere che se rivolgesse la domanda “ ricordate Saigon ?“ ad un gruppo di giovani appena sopra i venti, di certo non avrebbe molte risposte positive, ma anche il nome Vietnam susciterebbe molte suggestioni se non a qualcuno che avesse passato la boa dei cinquanta, perché per una generazione, all’epoca di quella guerra, questo paese ha rappresentato lo scoglio contro il quale si sono scontrate due visioni del mondo, quella capitalistico occidentale  e quella di coloro che furono chiamati la “generazione di Woodstok.”

   

E la lettura di questa pagina di prosa-poetica mi induce a pensare che l’autrice sia in parte debitrice a quella generazione definita della “ peace and love “ che contribuì moltissimo al crollo di quella che l’Occidente nei sui libri di storia chiama “ guerra nel Vietnam durata dal 1960 al 1975 “ mentre, per i vietnamiti essa fu  nient’altro che“ il bombardamento americano “, come l’autrice scrive in questa sua prosa poetica.

   

Ma sbaglierebbe chi volesse leggere questo testo solo come un j’accuse, perché esso lo è solamente in parte, ma per me è in gran parte il diario di una ricerca interiore che ha inizio con questi versi :

   

“ sono di nuovo bionda. La pelle di nuovo abbronzata. Di nuovo giovane. Di nuovo in fuga. Di nuovo. “

   

Lo so che fare accostamenti tra autori diversi, vissuti in tempi diversi non è forse corretto, ma io penso che le nostre letture, quelle che  hanno formato  ognuno di noi e che hanno lasciato un segno, trapelino spesso da ciò che scriviamo, e di fronte a quella reiterazione dei tanti “ di nuovo “ non posso non pensare che di certo un autore come Rimbaud, con il suo perenne girovagare, con la sua insoddisfazione, l’irrequietudine, l’ansia di fuga, non sia certamente stato fondamentale per la nostra poetessa-viaggiatrice.

   

E c’è anche un’altra spia che credo riveli una passione letteraria occulta di chi ha scritto questo diario di viaggio, è Marguerite Duras, e, chi se non questa scrittrice indocinese naturalizzata francese avrebbe potuto suggerire alla nostra l’uso del termine “ amante “ per definire  il compagno di viaggio che “ racconta alla bambina la storia del razzo Apollo partito per la luna “. ?

   

Ai giorni nostri quasi nessuno usa dire “ è il mio amante “ di un uomo con il quale fa l’amore, questo termine finisce  la sua moda con gli anni 70 ( pre legge sul divorzio in Italia ) e resta confinato ormai solo negli articoli di cronaca nera, mentre è ormai diventato d’uso corrente dire “ il mio compagno “ oppure “ il mio uomo “, o in alcuni casi “ il mio amico “.

   

Lo so, lo confesso, ho il vizio di cercare di capire il back ground di ogni autore, quando  leggo  non riesco a limitare il mio giudizio alla sommarietà di qualche definizione più o meno compiacente, devo scavare tra le parole, buttare per aria gli stracci che ogni scrittore dissemina lungo il proprio cammino, mi sforzo di trovare le crepe dentro le confessioni che ognuno di noi fa al foglio di carta su cui scrive.

   

Ed allora, proseguiamo con l’identik della nostra scrittrice di viaggi interiori

   

Cosa pensava intanto che scriveva “ abbiamo vomitato i nostri vent’anni d’amore “, cosa intendeva dicendo “ “ e io so che è questa – la porzione di felicità che mi è toccata in questa vita “,  a cosa alludeva “ Dimentico tutto. Ritrovo il piacere della fuga “  ?

   

Questi sono gli interrogativi della nostra autrice, queste sono le domande che la sua poesia  ci butta davanti, direi ci butta addosso, quasi per dirci “ attento lettore, io non sono una viaggiatrice da  Baedeker ; sì, certo, ti lascio le immagini delle spiagge, di lascio le mie riflessioni sui postumi della guerra, di consegno la visione di un paese che ormai si è completamente occidentalizzato, che è stato colonizzato dopo la vittoria,  Ho-ci-minh city è tornata chiamarsi Saigon, pullula di giovani puledre che si vendono ai vecchi occidentali, ma per conoscere questi aspetti del nuovo, del moderno Vietnan ti basterà leggere qualche inviato speciale dei giornali o delle Tv, non hai bisogno della mia poesia-racconto, invece io ti sfido a capire che c’è dietro  questo verso

   

“ Ciò che si impara dal viaggio è una cosa sola. Occorre viaggiare di nuovo, viaggiare sempre “. 

   

e forse allora, quando e se lo avrai capito, vorrà dire che avevo ragione quando ho scritto

   

tutto ritorna. Ma non è detto che sia sempre uguale a se stesso “.

   

E se non sono interrogativi da poeta questi, ditemi voi allora a cosa serve far poesia. L.P.

   

***

    

Vietnam

   

Nelle strade del vecchio quartiere di Hanoi – un pomeriggio di marzo – abbiamo vomitato i nostri vent’anni d’amore – e poi – dopo che la tempesta ci ha travolti – abbiamo cominciato a fare i turisti – come se niente fosse – portandoci appresso la nostra bambina – come una vecchia coppia qualunque.

Zaino in spalla. Hallo. Bye bye. That’s the way it goes.

E tutto questo – ora che è scritto, sembra un po’ folle.

Ma Hanoi è deliziosa. E delizioso esserci.

Ha Long. Tremila picchi che emergono dall’acqua – nascosti dalla nebbia e dalla pioggia.

Ha Long. Atmosfera malinconica e dolce da turisti fuori stagione. Spiaggia deserta. Birre di fronte al mare.

E il mio amante che racconta ancora una volta alla bambina la storia del razzo Apollo partito per la luna.

E io che so che è questa – la porzione di felicità che mi è toccata in questa vita.

Hoi An. Il sole. Il mare. L’albergo dalle lanterne rosse. L’ozio. Il caldo. La voglia di non andarsene mai più dalla lunghissima spiaggia.

Quella che in occidente chiamiamo guerra del Vietnam, in Vietnam si chiama bombardamento americano.

Dimentico tutto. Ritrovo il piacere della fuga.

Dimentico tutto.

I coni d’incenso che scendevano dal soffitto della pagoda di Cantho, otto anni fa, li vedo oggi per la prima volta nelle pagode di Cholon, al riparo dal caldo, dal traffico, dal rumore, da migliaia di motorini che sciamano senza controllo lungo le strade assolate di Saigon.

Fu Ho Chi Minh City.

Tutto ritorna. Ma non è detto che sia sempre uguale a se stesso.

Sono partita con il terrore di un antico disamore. Mi sbagliavo.

Non smetto mai di essere nervosa. Neppure in Indocina. Litigo con la bambina, con l’amante, con l’albergatrice.

Sono di nuovo bionda. La pelle di nuovo abbronzata. Di nuovo giovane.

Di nuovo in viaggio. Di nuovo in fuga. Di nuovo.

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Museo dei crimini di guerra americani.

O dei residuati bellici, perché la nostra era, vuole definizioni inoffensive.

Tutto quello che l’occidente già sapeva, ma finge di avere dimenticato.

Le immagini dei fotografi mai più tornati. Robert Capa e tutti gli altri dopo di lui.

Soldati americani, sorrisi trionfanti di fronte alle teste mozzate dei vietcong, deliranti e orgogliosi di mostrare brandelli di un corpo dilaniato da una bomba.

E occhi e volti e ossa e pelle imploranti, piangenti, disperati, un attimo prima di morire.

E bambini. Abbracciati gli uni agli altri, in un istintivo e inutile moto di reciproca protezione. Un attimo prima degli spari.

Corpi di bambini. Buttati gli uni sugli altri. Scalzi. Sporchi. Per sempre indifesi.

Corpi di bambini mai nati, chiusi in vasi di vetro colmi di liquido giallognolo. Senza naso. Senza bocca. Senza cervello.

Corpi di bambini nati – due teste, quattro braccia, quattro mani, un solo tronco, né gambe né piedi. Mostri. Mostri nati nell’era delle foreste di mangrovie incenerite da gas dai nomi assurdamente innocui come agente arancio.

Bambini deformi, devastati, ora uomini e donne di mezza età – monchi – sciancati – vendono ai turisti libri che raccontano la loro tragedia e come prova danno la loro stessa carne mutilata.

A futura memoria.

Mui Né. Ancora sabbia. Ancora sole. Ancora caldo. Nelle ossa e tra i capelli.

La baia lunghissima, le palme – a perdita d’occhio – le barche, la pesca, l’odore aspro del pesce. Quello dolciastro del cibo dai nomi sconosciuti.

Nuvole rase e basse. E uno sguardo delicato e assopito a quest’ultimo – meraviglioso – mare del sud.

Alla fine ancora Saigon.

I sessantenni occidentali, chiassosi, seduti tutto il giorno al ristorante – nei tavoli all’aperto – davanti a distese di birre – a volte insieme alle loro giovanissime e sorridenti compagne vietnamite – per una notte – un mese – già tutta una vita.

Ciò che si impara dal viaggio è una cosa sola. Occorre viaggiare di nuovo, viaggiare sempre.

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Pubblicato su Autori, Bui Agata, Critica, Poesia italiana

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