Smarrirsi, racconto di Paolo Polvani

Smarrirsi

racconto di Paolo Polvani

  

Pasquale Papagni si avviava nella luce del crepuscolo dopo una giornata sotto i neon.
Dalla tasca del cappotto tirava fuori il suo bravo Rousseau preso alla biblioteca comunale, o il suo Voltaire, e s’incamminava nella luce azzurrina del pomeriggio invernale.
Amava immergersi in letture ardue e indigeribili, sguazzare dentro costrutti logici di cui non afferrava il senso, dislocazioni storiche incastonate dentro pareti troppo ripide e senza appigli.
Scorreva frettolosamente intere pagine di nebbia fitta, per poi riemergere, qua e là, su picchi assolati, dove frasi illuminanti lo riscuotevano da quel peregrinare nebuloso.
Allora sostava alcuni attimi per rileggerle, per sincerarsi che quella luce fosse lì per lui.
Poi alzava il capo e masticava e rimasticava le parole lentamente, abbagliato da ognuna, e gustando i fremiti di cui disseminava la sua mente.
Poi con passo lento riprendeva la strada, di nuovo nel brusio di periodi incomprensibili e impenetrabili.
Quel brusio faceva da sfondo accattivante a un suo discorso sotterraneo e privato.
I panorami familiari qua e là squarciavano il periodare monotono , e facevano ressa intorno a una parola sgradevole.
Per scacciare le livide atmosfere dei litigi doveva riafferrarsi alla frase luminosa.
In questa baia della gioia sprofondava con voluttà nuotando da una parola all’altra e bagnandosi del solo suono che ogni parola gli sfarinava nella zucca.
Allora dimenticava le grida dei litigi che rimbombavano nel condominio e i rimbrotti della moglie, e la sua inadeguatezza a vivere.
Ma anche la strada gli capitava sovente di smarrire, e di ritrovarsi talvolta nella più indistinta periferia, o in quartieri estremi battuti da un vento desolato.
Dalla difficoltà della lettura per la fiochezza della luce si risvegliava in strade dove sguardi di donne diffidenti misuravano la sua estraneità, e da cui smarrito si affrettava a rincasare.
Quel giorno la luce illividiva quando cominciò a piovere.
Goccioloni serissimi e fitti, da fargli chiudere in fretta il libro.
Voleva restituirlo integro al sorriso freddo del bibliotecario, che rigirava il libro tra le mani, lo scrutava inquisitore per accertare eventuali infrazioni al codice del lettore diligente.
Tirò su il bavero e guardò il cielo.
Era una via grigia e abbastanza angusta.
Le finestre bianche di un ospedale limitavano la vista del cielo.
Palazzotti ancora decorosi, col portoncino dai battenti in bronzo, denunciavano che lì, anni prima, l’ala della fortuna aveva indugiato.
La pioggia non accennava a smettere e non si scorgevano ripari.
Pochi passi più avanti si spalancò un portone e ne uscirono in gran fretta due donne giovani, atterrite, vestite in modo che incuriosì Pasquale.
Poiché pioveva e le due ragazze allontanandosi avevano lasciato il portone aperto, decise di approfittarne, e non sappiamo se per sbadataggine o per naturale curiosità s’inoltrò su per le scale.
Dal primo piano veniva un tramestio confuso, grida soffocate.
La porta era aperta e una luce tracciava geometrie sul pianerottolo.
Lo stranissimo suono di una voce proveniente da un angolo estremo dell’animo umano, più che da un luogo fisico assimilabile a caverna, o ferraglia, ne attirò l’attenzione.
Riuscì a decifrare ben poco, gli sembrò di afferrare: – Dove va signor gerente, al negozio? Riferirà tutto fedelmente ? In certi momenti ci si può sentire incapaci di lavorare, ma proprio allora bisogna ricordarsi dei servizi che un dipendente ha reso e avere fiducia che una volta sorpassato il momento critico questi tornerà a lavorare ancor meglio di prima.
Io sono molto obbligato al signor principale. –
Questo gli sembrò di capire. Poi dalla porta, camminando all’indietro, venne fuori quello che sembrava il signor gerente, a passi contratti e visibilmente inorridito, col braccio alzato e il pugno stretto sulla bocca.
Arretrando sul pianerottolo si afferrò alla ringhiera, quasi inciampò in Pasquale, poi voltosi di scatto a grandi passi divorò le rampe che lo separavano dal portone.
Pasquale udì come un sibilo.
– E’ inaudito, il buon nome della ditta, il principale ne sarà sconvolto. Noi che tanto facemmo per lui ripagarci così, con uno scandalo, una mostruosità indicibile. –
Lo sguardo di Pasquale era rimasto attaccato alla traiettoria del gerente lungo le scale, alle frasi smozzicate che venivano su dalla precipitosa corsa.
La sua attenzione si volse a un pianto sommesso e disperato che veniva dall’interno dell’appartamento, insieme ad una voce maschile che gridava.
Sembrava la voce di un domatore che volesse ricacciare la belva ribelle alla sua gabbia.
Pasquale tentò di sbirciare attraverso la porta aperta.
Scorse un uomo alto, robusto, quasi grasso, che con un bastone in mano e un giornale nell’altra menava gran fendenti e puntava i piedi, a buffi saltelli.
Timidamente Pasquale avanzò d’un passo. Oltre l’ingresso s’intravedeva una tavola riccamente apparecchiata. La tovaglia col merletto, di stoffa spessa e robusta, d’un bel colore autorevole, e belle porcellane celesti, un’argenteria pesante, e tutto in bell’ordine, specchio d’un solido e avveduto rigore familiare.
Sarebbe stato perfetto se una caffettiera rovesciata non avesse deturpato tutto con l’implacabile fiotto di caffè sgocciolante a rivoli diversi lungo la tovaglia, e giù fino al tappeto, dove una donna dai capelli scomposti, in vestaglia, il volto atterrito, piangeva.
Come invasata si alzò e uscì dalla stanza.
Si udì spalancare una finestra, nell’appartamento si formò una forte corrente, i giornali sul tavolo frusciarono.
Pasquale ebbe paura, ma la curiosità lo spinse a varcare la soglia e infilare il capo oltre la porta.
Una bella targa dorata recava in corsivo nero sulla bombatura la scritta Max Samsa.
L’ingresso era piccolo ma decoroso, con un tappeto consumato ai bordi e sfrangiato.
Fu allora che Pasquale vide Gregorio. Nella luce fioca della stanza, oltre l’uomo che pestava i piedi e urlava, si apriva solo per un battente una porta.
Pasquale scorse un insetto nero dalle dimensioni spaventose. La punta massima della corazza superava il piano di una sedia, e la lunghezza quella di un bambino sdraiato.
Scarafaggio o scarabeo non avrebbe saputo dire.
Era un insetto terrificante, impegnato in una difficile manovra di arretramento.
L’uomo urlava e lo minacciava con il bastone levato: – Torna in camera tua, bestiaccia!. –
e faceva sibilare il bastone.
– Signor padre abbia pazienza, sono avversità che non accadono tutti i giorni, e nella mia forma presente trovo difficoltà a manovrare codesto ingombrante corpo. La prego di usarmi una qualche forma di benevolenza. Comprenda, anche mia madre ne è turbata, la poverina, e forse avrebbe bisogno di una parola di incoraggiamento. Vedrà che questo increscioso incidente si appianerà, tutto ritornerà normale, ve l’assicuro, Grete tornerà col signor dottore, che mi saprà ripristinare alla mia originaria forma. La prego, non tempesti l’aria di tali spaventose scudisciate, ne ho paura e del resto lo vede, l’animo mio è mite, sebbene l’aspetto incuta ribrezzo, e mia intenzione è tornare alla mia stanza, se appena ci riesco. –
Queste le parole, percepite in forma di rantolo. Quando Gregorio taceva, la grande bocca andava in su e in giù, in perpetuo ruminare, e un sibilo sottile veniva dalle antenne.
Ma il padre non s’impietosì. E seguitava a menar fendenti col bastone, mentre col giornale ripiegato si batteva il ginocchio sinistro, per rendere più minacciose le ingiunzioni.
Dopo manovre rischiose e sanguinolente il padre riuscì con un colpo secco a ricacciarlo nella sua stanza.
La porta fu sbattuta violentemente col bastone, e poi si fece infine il silenzio. L’uomo si fermò al centro della stanza, le domestiche armi ancora strette nelle mani abbandonate lungo il corpo, la testa reclinata scossa dai singhiozzi.
Pasquale avanzò. – Vedrà che tutto si sistemerà, signor Samsa, un mio zio ebbe un figlio col labbro leporino. –
Pasquale aveva indirizzato queste brevi frasi di circostanza molto timidamente, a voce bassa.
Il padre di Gregorio, di spalle, girò la testa stranamente, come fanno i cani davanti alla novità di un suono mai udito.
Poi lentamente si girò verso Pasquale, e brandendo ancora il bastone urlò: – E lei chi è ? che cosa vuole da questa sventurata famiglia? Sparisca! Nessuno deve sapere della sciagura piovuta in questa casa rispettata. Vada via! Vada via!. – e minacciava col bastone.
Pasquale arretrò, guadagnò le scale e con molta compunzione, dettatagli dalla gravità del caso, ma anche con solerte prudenza, ridiscese le tre rampe di scale.
Dall’appartamento gorgogliavano ancora le minacce del signor Samsa, quando una figurina bionda, esile, risalì le scale.
Era evidentemente la Grete di cui farfugliava Gregorio, la riconobbe per la sollecita premura con cui andava, e per il dolore che le stringeva il petto.
Incrociando lo sguardo mite di Pasquale ne intuì la considerazione benevola, e stringendosi nelle spalle, addossatasi al muro: – Ha visto il mio signor fratello ? -, chiese timidissima.
– Dunque egli è diventato d’un tratto così spaventoso alla vista ? – Pasquale la fissava in silenzio.
– Egli era tanto buono con me. Sognava di guadagnare abbastanza da mantenermi al conservatorio. Il mio desiderio è approfondire lo studio del violino. E ora invece…-
Sommessa risalì le scale in fretta, mentre Pasquale usciva dal portone.

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