Dentro il diluvio, poesie di Narda Fattori

da “ Dentro il diluvio” di Narda Fattori puntoacapo editrice

   
   
   
   
Io non so fare il pane né seminare il grano
io non ho sapienza delle cose che contano
non ho la costanza dell’acqua il gusto
dolce della mela – io non sono tentata
non ho tentazioni- al mio poco mi stringo
e non è niente sì non è niente ma non lo temo
non mi fa male questo niente non trafigge
   
a culla si posa attorno alla mia carne
e mi para dai lividi dalle lame e dalle tarme
così che il mio pensiero non si roda
non si bucherelli e possa far passare
l’aria infetta che imputridisce attorno all’uomo
   
non so seminare i fiori ma coltivo sinfonie
di colori con steli e sepali e petali e profumi
sono antidepressivi naturali coltivo pace
almeno una tregua e sia fatto un nuovo
giorno con i colori di questo giardino.
 
   
***
   
Ogni tormento è al di qua dell’uscio
se apro si fa soffio a scomparire fatuo
qui mi tiene compagnia come un foulard
o un vecchio cane cieco e fedele
                      in una cuccia di stanchezza
   
quante volte dovrò morire perché si faccia
carne della mia carne respiro lungo?
   
E  tutti gli amati  radunarli oltre quell’uscio
per un banchetto festoso o una litania di assenti
ad uno ad uno chiamati per nome e rivissuti
a lutto eterno e eternamente pianti ?
Non è mio stile e costumanza  ma
    
qualcuno mi sa indicare la via del ritorno
nel sereno di un cielo settembrino prima
di tutte le grandi migrazioni a sfrecciarlo
in un addio allegro di ciarle e di richiami?
   
   
                                     Partirò
con la rondine che ha perso  la rotta
il compagno il nido e la grondaia
e non  ha ai rimpianti  né volge lo sguardo
sulla terra che fu dono sempre
                                 immeritata meraviglia .
   
   
***
    
Non me l’hanno mai spiegato
                           da dove venisse
il cigolio della ruota dei giorni
o quel gocciolare inarrestabile e lento
che riduce a moccolo la candela
                         e lo sfarfallio elettrico
che fa meraviglie del sudario delle pene.
   
Si impastano abbracci arterie e pensieri
                         negli istanti distesi
che trascorrono come foglie
ora immote ora sperse  in un volo
a morte certa  impantanata
dopo una fiammata gialla o amaranto.
   
Dopo un viaggio di inganni e di perigli
cambiare rotta si può il rischio è mio
con l’onda grande che scardina navate
evitare il fulmine a ridosso del naufragio
senza ciambella di salvataggio.
   
Quieta come bacca di rosa novembrina
senza suture alle ferite e ben allenata
tengo ben stretti i tesori conquistati
i tramonti e le maree basse o ruggenti
gli amori vivi sempre
le idee fattesi lastricato
e l’ intenso profumo di lavanda
che sale dalle spighette azzurre
                                 fiorite davanti casa.
   
   
***
   
-ma se vuoi- dimmi di marzo
delle rondini in volo acrobatico
dei pigolii dei nidi affamati
dimmi dei fiori tumidi e profumati
non voglio vedere i fiori di carne
che sbocciano sopra le mine
   
dimmi dell’acqua che gorgoglia
di un ponte fra alba e alba
che dia ragione del rosso della sera
e lascia la violetta sul ciglio
del fosso a dire sommessa
                         verrà  primavera
e farà più azzurro immenso il cielo
   
                  sì dimmi di marzo
dei suoi risvegli pigri
dei vecchi che hanno passato
l’invernata sempre sola e fredda
e le lepri intanto corrono sui prati
mentre noi si fugge dall’amore
dall’amante e dall’amato.
   
   
                       Dimmi di settembre
e il groppo del dolore fa ancora male
ma dimmi quasi incolpevole
o rea con attenuanti non generiche
considerati fatti e circostanze.
   
Parlami di lune e mi parrà di rincorrere
ancora le lucciole nel solstizio
                                              dell’estate.
   
   
***
   
Sono caduta sul mio male
una caviglia malandata che cede
dal marciapiede all’asfalto
col rischio dell’investimento
che spinge a lanciare qualche parola
di scarso ritegno
   
sono caduta anche dal letto bambina
trascinandomi dietro il materasso
e a terra mal avvolta mi ha svegliato
                             uno spino di luce
   
sono caduta dal pendio nel silenzio
delle grandi cime e solo mi tenne
un rododendro dalla tenace radice
appena sopra il burrone dove scrosciava
                              un torrente di pietre
    
sono caduta dal sedile del muretto
dalle mie certezze anche dall’amore
e ho tenuto lividi e solitudini
                   varchi di pianti nel corpo
alabarde ben infisse nel mediastino
   
sono caduta senza vergogna
come cade un piatto o un bicchiere
                               del servizio buono
ma rotolando mi rappezzo
sono un puzzle di venture
sempre ricomposto ancora degno
   
i semi della mal’aria sulla mia
terra non troveranno terriccio
                             a radicare saldi.
   
   
***
   
Il passato si sgrana fra rosso e tempeste
luogo e tempo di gioie e misfatti
né posso spegnere il lume dei ricordi
coi suoi bagliori di dolore
   
resta il buio senza ansie a dismisura
un vuoto che non sappiamo riempire
   
un vuoto che mi schiaccia le spalle
e chiamo il giorno come fosse dono
e temo e tremo nella notte
che procede nel ventaglio dei bagliori
sotto stelle lontane e diamantine .
   
Non diversamente dal pifferaio magico
così ugualmente uno spicchio di luna
                                               crescente
 rischiara lo scuro sulla cima del cipresso.
   
Su una siepe di rovi trilla il pettirosso
vita a cui solo il precipitare
del cielo riempirebbe di terra il becco.
   
   
***
   
La solitudine non ha vertici
e si spande tonda come liquefatta
fu spesso gragnola di grandine
che ha macellato ciliegie
con le foglie e albicocche
mele dalle guance rosse
come quelle perfette comprate ieri
al mercato sorridenti e succose
   
   
non ha ricordi la solitudine
non agita neppure una sinapsi
è tutta rintanata nel gran vuoto
che solca il mio viaggio
e gli ruba incontri obiettivi e meta
s’alza al cielo in polveri sottili
lentamente uccide e qualcuno lucra
sul malanimo sulla mal’aria
            sulla malora che tiene alto
la croce a vessillo di chi dispera
   
   
l’onda mai stanca si distende
sulla riva con uno sciacquio lento
se sola a novembre mi siedo
                        e guardo il mare
così flessibile docile ai richiami.
    
   
***
    
Se sapessi qualcosa della bellezza
qualcosa che non si disfa che abbia
pienezza e il turgore del fiore sbocciato
che abbia una cima che fruscia
e il mattiniero canto dell’usignolo
    
se sapessi qualcosa della bellezza
impasterei questa mia carne come creta
e le darei sostanza eterna e forma
che non si disfa attorno alla corsa tonda
delle lancette e del dolore che la torce
   
se sapessi qualcosa della bellezza
con queste  mani monderei il mondo
dall’ortica e dal loglio e dai mortai
e chiamerei a festa le creature
a festa quotidiana senza preghiere
senza piegare le ginocchia- a mani
libere di gioia e di abbracci d’amore.
   
Se sapessi qualcosa della bellezza
sarei altro da questa miseria storta
                                        e dolorante.
    
   
***
   
L’alba non ha più canti d’usignoli
sgommano e rombano motori
strillano le madri e le nonne
tacciono sempre più spesso
tacciono o se ne vanno a rintanarsi
come bestie ferite.
   
La pelle sempre più trasparente
rivela la ragnatela azzurrata
che porta ancora al respiro
rivela la trama che potrebbe smagliarsi
e sarebbe un perdersi in rivoli
brunastri che non è rosso il sangue
dei vecchi ma scuro come acqua
                                            sporca.
   
Acqua sporcata dagli affari
e dagli affanni la poca pace
il desiderio che spilla senza requie
e si fa molto chiasso con parole vuote
molto fracasso e non si canta.
   
Io so solo scrivere dei versi
                         e starmene da parte.
   
    
 ***
    
Gli arrossati tramonti senza albe a venire
senza lamenti a vedere cadute senza rete
   
siete il muro che respinge e chiude
l’orizzonte tondo delle colline e sorride
lo spaventapasseri fatuo sul campo mietuto
   
fra rovinosi stracci s’è persa la coscienza
che fummo di pianto e d’amore
   
con altri dividemmo terra e pensieri
lo schianto e la tesa mano a sorreggere
                                        i passi a venire.
   
Non passeri solitari sul campanile.
Non nubi  Non sere. Non malattie di cuore.
Paolo Zanardi montechiarugolo maggio 2077
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