Movimenti, poesie di Narda Fattori

   

   

  

Primo movimento

  

Si fa dappresso il tramonto

che allunga le sue ombre

fra le zittite fronde della sera

non frugola neppure

l’erba dei fossi

nel silenzio del tronco

a cui fida mi appoggio

scorgo  fra le radici

l’intrico di parole ammonticchiate

non una logica di filamenti

che riporti al centro

mi manca il filo

per tessere il domani

nel crepuscolo scuro

l’ombra dilaga a luce spiovuta

si fa padrona

Ormai

ci si incontra sul confine

come ciechi si tendono mani

al di sopra del filo spinato

qualcuno resta impigliato

ad altri è toccato un graffio

soltanto.

   

   

Raccolgo sulla spiaggia deserta

gusci vuoti di conchiglie

piccoli sassi lisci e levigati

non penso ai gabbiani

ai loro nidi ignoti al loro schiamazzo

 aspro e cilestrino.

Nel passo distratto i pensieri

 arrivano liquidi come le onde

si fanno e si disfano

muoiono e risorgono

ogni volta più sfibrati

provano ad ingannare

quello grande che non si ripete

come chele di granchio

falce da mietitore

 falce mai stanca.

 Sulla via del ritorno

barcollo su una caviglia che cede

sempre maldestra

fra scienza e nescienza

 essere… esistere

   

   

Qui è ora di dare strada alla storia

le viole non ci sono più

e il rio – mio nastro d’argento e castello –

si trascina in un rivolo stento

Dove sono andate le raganelle di smeraldo?

Erano piene di forme le nuvole

d’ aprile ai margini della sterrata

con mucchi di ghiaia in attesa

delle mie ginocchia al suolo.

Dalle sbucciature a gocce mi usciva

un rivolo di sangue rosso

un presagio forse ed io piccola

                                   piccola

 pedalavo al galoppo di Chirone

 verso la casa grande di via Viole  3

dove nella calura di luglio

aprii gli occhi alla troppa luce

col primo pianto.

Nei giorni parole d’ amore e di fiamma

la bambina appoggiata al muro

ascoltava in silenzio ascoltava

e i suoi pensieri non facevano rumore.

Si modellò testarda e impaziente

crebbe in rivolta come una zolla

alla semina pronta

crebbe pietosa e fraterna

aveva un mannello di spighe

una passione mai spenta.

S’è spesa tutta e non ha rimpianti

vorrebbe che l’amaste la terra

nella zolla più dura  a sudare

per trarne un solco

per semi di grano

per indicare la direzione al tempo

  

   

Non portatemi da nessuna parte.

Questa mia terra

mi fu padre e madre

mi ha amato dentro gli occhi

con l’oro dei ranuncoli

nel fischio irridente di merlo

nelle preghiere bisbis di mia nonna

e non mi ha chiesto fedeltà

pegni tesori dissepolti

la grazia del poco immenso

fu dono gratuito in via Viole

fu luce e speranza nel suo abitare

nel leggere la forma delle nuvole

l’abrasione sul ginocchio

alla caduta per la meraviglia

e con mio padre cantavo le romanze

donna non vidi mai

una furtiva lacrima

Tosca e Cavaradossi

mi suonano in gola sillabe e parole

cardellino sul cappello rattoppato

dello spaventapasseri.

    

    

Di molte ciarle un tempo

ora respiro silenzio

in una composta beatitudine.

Fui rossa  e furente

rosa di ottobre

dallo spino a difesa

e allontanavo il silenzio

come fastidio di un tarlo

mai resa a nessuna battaglia

mai arresa non piegata.

Il silenzio ha trovato il suo nido

nel mio cuore

vi depone semi di pane

 io ricordo i seminati d’oro

la pula e il chicco

lo splendore dei papaveri

e di mio padre le mani

dure e amorose.

   

   

Appoggio su un fianco

tutta la mia tristezza

che non pesi su nessuno

e faccia sponda al mio stare

E’ giorno di quieta solitudine

quasi beato

 risuona la mia sacca di parole

una musica dolce di tregua

anche la soldataglia riposa

anche il dolore ha stanchezze.

Non so dire che cosa

mi rincuori se il bocciolo

del pesco o un canto di mamma

 cosa rincuori il mio cuore

se questa nuova preghiera

se questo amore che tace

e mi mette intorno la pace

la pace tutt’intorno.

  

  

 ***

   

   

SECONDO MOVIMENTO

   

Ho trattenuto un frullo di sillabe

per costruire un dire fuori di corte

ma una folata più ardimentosa di altre

mi ha strappato le parole

sono rimasta afasica e  muta

balbetto sì -no- for-se-  ….

sento la nudità fra le dita

le parole erano

un caldo cappotto

nel freddo residuale di un giorno

su cui hanno galoppato tempeste

stringo quel frullo di sillabe smarrite

ricomporrò un puzzle di senso

se mi sarà concesso

dall’arroganza delle impellenze

in ordine sparso

i giorni

gli amori

la magnolia del giardino

gli amici che mi sorridono

nel pugno.

   

    

Dentro pensieri pesanti

o calcaree concrezioni

siamo rimasti chiusi in antri

mentre vanno per fiere

 musici e giullari

in marcia rasoterra

a coprire l’intero territorio

nel caleidoscopio abbagli

    di deformi verità

il nemico-oh il nemico

bendiamoci

teniamoci ben stretti

come la falange romana

a tartaruga contro dardi

salviamo le verità minute

 scioglieranno loro

il sangue ingrommato

per un caldo fluire

rosso nelle arterie.

    

    

Nessuno ci ha dato risposte

alle domande non poste

così abbiamo avuto la possibilità

di frequentare tutti gli equivoci

di fare dei ponti

opere di ingegneria per sponde

solo da oltrepassare e godere

di una dissetante frescura

all’ombra dell’olmo.

Di più non sapemmo

o non volemmo e non per questo

 ci toccherà la spada fiammeggiante

l’inimicizia padrona

 per le creature di tutte le plaghe

dinastie di imperfezioni e mali.

Siamo a scavare la terra

per tesori che mancano.

    

   

 ***

   

   

TERZO MOVIMENTO

  

Ci dicono di credere

ad una remissione certa

come dall’acacia sale

disteso il canto dell’usignolo

 pacificato stupore sui rami

in rifrazione e incanti

se c’è una pozzanghera chiara.

Dentro le stanze di case

una memoria di sabbia

non consente solidi i dolori

e incerte le remissioni

solo le solitudini hanno varchi

si allargano a dismisura

e si rinnova il mal-amore fra noi

miseri e dissidenti

ridotti a frammenti gli strumenti

 per tracciare solchi

e la terra si è fatta sterile

in un marciume di stoppie.

   

    

La carne è sarcofago e fardello

cede si sbrindella

solo nei villaggi Mediterranèè

si fa dimentica sotto le palme

piegate al vento delle dune

vedete dunque come siamo

fragili e imbelli

armati ingombri di sangue

non abbiamo più gambe

per i capitomboli e le risalite.

Al brindisi del sole morente

non si facciano appelli

mancano anche i registri

 per interminati elenchi di assenti

ma le madri – sì le madri –

 che ricuciono ogni giorno

i brandelli del mondo

non s’arrendono alla fatica

di rifare figlio l’uomo che le uccide.

   

    

I crepuscoli d’ottobre scendono

rapidi e scavano voragini

sotto le mura dove ridevano i ragazzi

sorridono a spot le ore

Francesco non ce l’ha fatta

e non chiedere ragione

per il suo salto nell’altrove

ora il suo letto è calmo.

Non c’è impervio da scalare

non una luce manca ci sono abbagli

spessi ceroni sulle piaghe

e noi conformati d’occidente

attendiamo al supermercato

con le borse piene e le unghie curate

che non lasciano graffi visibili

nessuno più è mansueto

siamo stati ghermiti ai saldi

 irraggiati dentro i neuroni

e la corrente ci porta

come i topi di Hamelin

e intanto continua il passeggio

d’autunno sui viali

di tigli miti e bruniti

che nascondono Vespero

  appena levata

 solo sulle fredde vette

la notte è scura e diamantina.

   

    

Passerò.

In cieca trasparenza passerò

oltre i confini dell’esistere

con filari di complici

e non sapremo salutarci

dimentichi dell’alfabeto condiviso

del malora comune

del male affratellato

dei morti e dei vivi

 Chi siete? Dove andate?

Ditemelo- dove andate!?

Passerò.

 A balzi o ben calcificata

guaderò il giorno

e avrò il corpo pieno di lividi.

Come stolta quaglia per i campi

come allodola

fiondata sugli specchi

dove il predatore aspetta

passerò

senza meritarmi la nonna

che sferruzzava sciarpe e calzini

lungo il tragitto fra casa e chiesa

fra chiesa e casa.

Il suo silenzio laborioso…

vorrei il suo silenzio.

  

   

Ancora ho udito

 l’onesto pianto degli operai

nel mattino funesto

e il cane abbaiava inseguendo

la sua coda- stupido cane –

a imitazione dell’uomo

che persiste a farsi superiore

i gradi sulle mostrine

a dire sissignore sissignore

e partire a morire

sul lavoro sulla strada

in territori lontani

arido il suolo lo sguardo

mi si seccano le sillabe

squame di pesce invecchiato

che dire cosa dire a Said

divorato dai pescecani

che mi bruciano gli occhi?

che mi farò un massaggio?

Io scrivo e altro non so dire.

E non so a chi chiedere perdono

    

    

A schiena curva la vecchia Malvina

con le borse della spesa

vorrebbe un giaciglio di pace

e invece Lulù le si scaglia contro

 abbaiando dietro il recinto

a casa l’aspetta il silenzio

dei morti per i requiem da dire

tutti in fila in foto

 sulla mensola della credenza

 con i bicchieri buoni

 stira a suo figlio la camicia

 e lui se ne va chissà dove va

e stira Malvina col televisore

acceso dove la telecamera

 riprende la scena di una guerra qualunque

sul prato il morto ammazzato

nel vicolo la donna violata.

Si annida fra le grinze del volto

una lacrima come da destino

                                         prescritto.

   

   

Mi soffoca il giaciglio

in queste nottate fredde

di primo inverno

In cucina mi aspetta un caffè

che borbotta

un quotidiano letto nei titoli

un soqquadro di eventi

di misera gente

un popolo che muore

e liti sugli scranni dei potenti

per il gioco del

“ facciamo per davvero che….”

Rotola la moneta caduta

dalla tasca è bella e inerme

e nella mano è fredda

metallo senza sangue

il sangue è altrove

dove abbevera chi sa la sete

resta insaziata la mia fame

di lune splendenti

sulla terra dei giusti.

   

    

Le nefandezze dei giochi

nei cortili del mondo

la gran polvere

i girotondi zittiti e squarciati

non voglio vedere

oh poter avere una cataratta

ben scesa sull’iride

ma non cambia nulla

tanto siamo malati dentro

                                     e soli.

Ho scavato una pozza

che l’onda si riprende

in un gorgoglio di bolle tumefatte

però a scavare insieme il mare

si perdono fardelli

si annodano le mani

e dal grande buco alla luce

salirà il vulcano grande

                           noi riarsi

nuova la terra

   

  

 ***

  

   

MOVIMENTO FINALE

  

Non c’è pena nel finire.

Ho strappato tutte le fotografie

seduta sull’argine

per farmi certa della scomparsa

nessuna segnaletica

mi può scovare

in queste geometrie di silenzi

parametrati sul più sottile

filo di ogni memoria

ma non manca nessuno

 e nessuna cosa chiodo o creatura

non ho certezze di mercato

nella mia borsa che straborda

 nessuno batte senza armonia

ai miei muri

si faccia quello che si deve

dal momento che anche

i tordi hanno disertato le campagne

e i figli non sono amore

che si strappa ma abitudine

di letti da rifare.

C’è pena da rivivere ogni giorno.

   

     

Per gradini scoscesi

per rampe e per erte

per selve l’attrazione del tempo

le ginocchia abrase

mai penitente mai renitente

animale a sangue caldo

non circoscrivibile a un cristallo

al vetro forse di sabbia riarsa

di silicio

anche il dolore

 scavato in una tana sulla soglia

 compagno non più a ridosso

e amo questo cielo grigio

che promette acqua

contro l’arsura

delle mie bisacce vuote

pettirosso fra rovi

nell’inverno della neve

e briciole magre

sul davanzale.

   

    

Io non conosco la porta d’uscita

che  mi porta alla tregua

non conosco una terapia del dolore

che mi prospetti un domani di sole

a scaldare tetti e nidi

a salutare festosa gli amici

io non conosco la giusta porta d’uscita

me ne sto con me a far di conto

dei gradini delle case

delle parole che non so più

rinnovare per dire di me

e non mi stupiscono le utopie

 incolonnate a segno meno

verso al margine sulla riga rossa

di un vecchio quaderno

contro un tramonto sbiadito

nuda – senza armatura

ecco – un salto- basta un salto

sarà silenzio o un fiat lux inaspettato.

   

    

A fine corsa giunta

mi solleverà l’amore

con braccia salde

dentro una nicchia di sole

sotto la terra bruna

e sarò il vento e la neve

il fulmine e l’acqua

quieta signora fervida

non avara non frivola

avrò l’abito nuovo

per una festa senza data

da sempre programmata

mandorla dal gheriglio amaro

rifiorirò sull’erba

tutto l’amore avuto

in primule e fontanelle

l’amore per amore …

                          l’amore

    

 

   

Perché al finale di partita

non venga a mancare

nessuna chance

sul tappeto verde lancio

le ultime fiches

gioco senza ruoli- giocattoli

di rischi perduti.

M’importa invece

 starci in questa attesa

senza cestinare

la lunga fila degli idilli spesi.

Questo mi importa

e non sopporto il lamento

dei tigli al vento

il tintinnio del cristallo rotto

l’indaffararsi a tenere

sollevata la polvere.

Mi gioco questo finale

con l’entusiasmo dei bambini

il terrore tenuto a bada

da decenni di convivenza.

Sarà un’uscita in silenzio

senza sbatter d’imposta

composta e nuda.

 

   

 

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Pubblicato su Autori, Fattori Narda, Poesia italiana

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