Pazienza = pensiero non turbato di Giulia Niccolai

Il seguente testo è stato scritto nel 2010.
  
  
  
A 75, dopo che per anni non ho più avuto niente a che fare col mondo della poesia, in un periodo brevissimo di tempo, senza che muovessi un dito, si sono materializzate una serie di iniziative che mi danno la sensazione di poter chiudere in bellezza, spiegando chiaramente la ragione di certe mie scelte che hanno lasciato molti perplessi, in passato.
E’ come se mi venisse data la possibilità di pareggiare tutti i conti prima di lasciare questo mondo, e di questo sono grata e divertita.
Eloisa Guarracino, figlia del poeta e critico Vincenzo Guarracino, sta scrivendo una tesi sulla mia opera poetica (poesie lineari, concrete e visive), e mi ha informato un paio di settimane fa, di voler darle il titolo: Dalla poesia sperimentale alla poesia sperimentata. Ne sono rimasta entusiasta perché questa sua scelta riassume telegraficamente un percorso molto intenso, sofferto e importante della mia vita e dunque anche del mio lavoro..
Un’altra amica, Paola Giambelli, che sta lavorando a un video su di me (quale poetessa e monaca buddista), al suo lavoro vorrebbe dare  il titolo: La poesia come gioco e la poesia come rivelazione. E anche questa sua scelta – ancora più esplicita di quella di Eloisa, ma molto in sintonia –  proprio per questa ragione mi emoziona.
Milli Graffi sta curando per Cortellessa e la sua collana della Nuova Italia, Fuori formato, l’antologia di tutta la mia poesia che dovrebbe uscire nella primavera del 2012.
Ieri ho ricevuto da Franca Rovigatti l’invito di partecipare al convegno PoEtiche che avrà luogo a Roma dall’11 al 17 ottobre.
Anche in questo caso quella E maiuscola rappresenta una pennellata di perfezione. Mi convince a  partecipare anche perché evoca  un mio testo del 1990: «Ho la quasi certezza di essere stata una foca in un circo in una precedente incarnazione. Andavo matta per il pesce e gli applausi. Andavo matta per il pesce e gli applausi? Bene, in questa vita ho imparato a farne a meno».
Sgomitare ed essere in continua agitazione per ottenere riconoscimenti nell’ambiente letterario è molto poco elegante e soprattutto, fa male alla poesia. Se le cose devono  succedere, prima o poi succedono per conto loro.
  
Quando ho visitato la Grecia per la prima volta, avevo sedici anni, andavo al liceo e ci sono andata con i miei. Avevo delle forti aspettative all’idea di vedere le opere del Museo dell’Acropoli, ma quando me le trovai dinnanzi, riuscii solo a considerarle belle e non mi dissero niente di più. Non mi emozionarono. Loro stavano là e io stavo di qua. Ebbi una grossa delusione.
Quasi lo stesso effetto me lo fecero nel 1968, quando tornai ad Atene e avevo 34 anni.
Ma quando le rividi per la terza volta a metà degli anni Novanta, ogni singola scultura sembrava far parte della mia vita come un vecchio amico finalmente ritrovato: il mito non era più solo racconto, la vita l’aveva reso reale, archetipo ed esperienza.
Cercherei di spiegare come tutto ciò possa essere accaduto, secondo ciò che finora sono riuscita a capire.
  
Per quanto riguarda la poesia, alle medie o al liceo non mi sarei mai sognata di dire che Pascoli fosse il mio autore preferito.
Ma, negli anni Novanta, quando per la prima volta sentii il “cuore che rideva”, mi tornò  alla mente quel suo verso diRomagna “… mi ride al cuore (o piange) Severino, il paese ove andando ci accompagna/ l’azzurra visïon di San Marino”. Prima di pronunciarlo, non sarei nemmeno stata consapevole di ricordarlo, ma nel dire le parole, esse mi sembrarono di una bellezza sconvolgente e le vissi come una vera e propria rivelazione. Ora, nel raccontare l’episodio, non riesco nemmeno a provare l’ombra del senso di gioia e di completezza che provai in quel momento, ma  quella volta deve essere successo qualcosa di molto speciale, ciò che la filosofia buddista definisce la “percezione diretta” della mente di un Buddha che non concettualizza e riesce a cogliere la suprema e infinita  freschezza di  ogni cosa. Ebbi la certezza che per Pascoli quell’”azzurra vision che l’accompagna” fosse la poesia. Era come se, superando tempo e spazio, fossi riuscita ad avere un attimo di non-dualità nei  confronti della sua mente e dei suoi pensieri. La spiegazione razionale di ciò che mi sentirei di dire, è che in quel momento ho avuto la meravigliosa esperienza di comprendere quei versi non solo intellettualmente, ma con tutta me stessa, con tutti i chakra aperti.
Invece, a proposito dell’imparare dei testi a memoria, in inglese e in francese “imparare a memoria” si dice “to learn by heart” e “apprendre par coeur”, privilegiando così la zona del cuore a quella del cervello.
Anche per il Buddismo, la mente è al cuore. Alla testa c’è il corpo – perché lì ci sono quattro delle nostre porte dei cinque sensi – e la parola è alla gola.
Durante i loro trent’anni di studio, i lama tibetani hanno l’obbligo di imparare a memoria centinaia di pagine di insegnamenti. Così – mi disse un giorno un Lama – non abbiamo più bisogno di leggere nei libri, leggiamo della nostra mente (v. anche “leggiamo nell’esperienza che siamo riusciti ad acquisire”), e questo CI INSEGNA A LEGGERE NELLA MENTE DEGLI ALTRI.
Noi tendiamo a essere sempre nella testa, troppo in alto (a causa della nostra presunzione), e inaffidabili, perché possiamo cambiare idea da un momento all’altro. Se riuscissimo a dimorare al cuore, o nell’intestino, saremmo molto più centrati e ”viscerali” come dice la parola.
A questo proposito, c’è un esperimento che ognuno può fare senza alcuna difficoltà. In un momento in cui si prova rabbia, cerchiamo di scendere dalla testa al cuore. Per scendere, basta visualizzare per quanto possiamo esserne capaci, la zona del cuore con le costole e i polmoni ecc., perché la mente “segue sempre i venti”, segue sempre ciò che ci figuriamo. E, non appena la mente sarà scesa al cuore, la nostra collera si dissolverà all’istante.
Se per Pascoli l’”azzurra visïon” rappresenta la poesia, per il poeta inglese Housman, suo contemporaneo potrebbero esserlo stati questi due versi: “What are those blue remembered hills/ What spires, what farms are those?”
Un amico che è stato professore di italiano al liceo, che non pratica il Buddismo, dopo che gli avevo raccontato del senso di rilevazione che mi avevano dato quei versi del Pascoli, con un attimo di gioia e di completezza così totali da rappresentare uno dei momenti in assoluto più felici della mia vita, mi disse di avere avuto la stessa, identica esperienza, scendendo in metropolitana, con i versi di d’Annunzio: “Il sole imbionda sì la viva lana/ che quasi dalla sabbia non divaria” da Pastori d’Abruzzo. Ne fui felice per lui e per me, e grata all’esemplare semplicità dei versi che ci avevano colpiti entrambi così profondamente,  perché si trattava allora di un attimo di grazia che potevano sperimentare tutti, qualora ne fosse maturato il momento.
Ecco, sì, C’E’ UNA VIA D’USCITA PER OGNUNO!!
  
Potrei raccontare di come ebbi la percezione del senso epico della mia esistenza. Quel senso meraviglioso di una grande spazio interiore privo di ingombri e ostacoli che supera il tempo, e ti mette in contatto,  ti fa sentire di appartenere, di far parte anche di ciò che sai e che hai amato del passato più lontano. Ero in metropolitana in un’ora di punta, schiacciata come una sardina e d’un tratto, in assoluto contrasto con quella mancanza di spazio fisico, provai un grandioso senso di spazio interiore che dava un senso molto importante, un senso epico a tutta la mia esistenza.
Vorrei ora leggere una breve poesia su un tempio Zen che visitai a Kyoto nel 1997, con altri monaci buddisti (provenienti da tutti i continenti), che eravamo stati invitati in Giappone per un convegno sulla Pace.
Il grandissimo salone del tempio Sanjusangen do ospita le statue di 1001 Badhisattva (1000 discepoli molto avanzati sul cammino spirituale e già usciti dalla ruota del Samsara), tutti a grandezza quasi umana, tutti allineati in dieci file di cento statue di legno dorato ciascuna, ognuno con un’espressione diversa sul volto. In mezzo a loro  la statua tre volte più grande di Kanon, il Budda della compassione.
Era chiaro che quest’opera fosse la più importante del tempio e in fatti, tutti noi eravamo allineati difronte ad essa per osservarne dettagli e particolari, quando il monaco che ci faceva da guida ci disse in inglese la prima strofa di ciò che io ho poi trascritto in poesia, con un mio commento personale nella seconda strofa:
  
A Kyoto il tempio
dei 1001 Bodhisattva
ha nome Sanjusangen do
che vuol dire “33”.
Il salone che ospita le statue
dei 1001 Bodhisattva
è sorretto da 35 colonne.
33 sono gli spazi vuoti
t r a  l e  c o l o n n e.
  
  
Filosoficamente, il fatto
di dare il nome al tempio
in base al numero degli spazi vuoti,
dunque a ciò che non c’è,
può essere interpretato
come la garanzia più elegante,
squisitamente Zen,
di non escludere mai niente,
e nessuno.
 
E quello fu un altro momento di grande felicità nella mia vita.
   
Ma per passare finalmente alla mia poesia, l’iniziale poesia “come gioco”, quella “sperimentale” per intenderci, farei notare come una sorta di filo sotterraneo attraversi quasi tutti i miei testi, nei quali, tramite il plurilinguismo o il gioco di parole, faccio notare che ciò che noi leggiamo e interpretiamo in un modo, può anche voler dire qualcos’altro di completamente diverso.
Quale esempio, leggerei la E. V. Ballad, la Ballata a Emilio Villa, nonché la “traduzione” che ne ho fatto:
  
E. V. BALLAD
  
Evening and the Everest
ist vers la poetry leaning. Er
isst er rit er tells a tale
des bear’s der splash! mit cul poilu
nell’acqua bassa um la forelle
zu farla saltar fuori
to make the trout jump out.
Puis il se léve la trota nella paw
und isst und rit und ist der dichter
every very big indeed
so froh und bär so rare und weiter.
Ça au National Park.
But all America la calzi
come un guanto
Zeus Rebelais
il t’amusait ce luna-park
you fed computers coded data
coddled eggs cod-fish balls
un causset la fricassee
un potage Dame Edmée des côtes
de porc grand-mère les couilles
du père and out came brunt
H ah quel frisson quel high-toned test
quel high-speed text
tapioca! un bel incest
er mejo the best.
Off Frisco uper the bay
when rose fingere’d dawn
shone forth that day
nach den orkan dem hurrican
su quella piramide di phoques
(es war Phil hip that west coast mentor
qui me l’a dit)
you saw Nausicaa and like a mountain lion
dal fitto groviglio dei rami
you broke a spray
Athena auch war da she touched your hair
in a certain way
shed grace
and combed it col pettinino azzurro.
Ma sul canto sesto there’s nothing more
to say.
Ich wollte ganz for ever
once and for all
à la manière de ev
von ev  erzählen et
sinon la v qui est si
véri table eventuell
evidenziar la e.
   
Questa E. V. Ballad (Ballata E. V.), dedicata a Emilio Villa, è la prima di 12 ballate polilinguistiche (scritte tra il 1975 e il 1977), raccolte nella sezione Russky Salad Ballads e  apparse in Harry’s Bar e altre poesie (1969-1980), Feltrinelli, 1981. Come dichiaro alla fine del testo: («Ho voluto una volta per tutte/ e per sempre/ raccontare di ev/ alla maniera diev…»), questa ballata, composta come le successive con un’insalata russa di quattro lingue: (italiano, francese, tedesco, inglese), deriva dai testi pluringuistici di Emilio Villa, e attraverso di essa cerco di raccontare l’ammirazione, il divertimento, il senso di libertà e di gioia che lui personalmente e la sua opera, fitta di giochi di parole, mi sapevano dare.
Così, le prime due Ev di Evening e di Everest, come le successive, sempre scritte in corsivo, vogliono richiamare l’attenzione sulle sue iniziali: E. V. Questi primi due versi possono essere tradotti così: «E’ sera e l’Everest inclina alla poesia.» Essendo l’Everest la montagna più alta, la si può leggere come metafora del «poeta più grande» e questo concetto verrebbe rafforzato dalla desinenza inglese «est» che, come in «best» di «good, better, best», indica il superlativo assoluto, trasformandosi allora anche nel gioco di parole: «il più Ev di tutti»,  «il massimo Ev».
«…vers la poetry leaning» dà anche: «inclina verso la poesia» con quell’avverbio francese, moto a luogo  «vers», che come l’italiano «verso» è omofono e olografo di «verso» nell’accezione di «riga di scrittura poetica».
Proseguendo nella traduzione: «Mangia beve racconta una storia/ dell’orso che spalsh! col culo peloso/ nell’acqua bassa per far schizzar fuori/ la trota/ per far saltar fuori la trota».
Si era alla fine degli anni Sessanta. Adriano Spatola e io incontravamo Emilio e Teresa, la sua compagna di allora, sempre a cena, soprattutto  in trattoria, ma a volte anche nelle rispettive case. Emilio era tornato da poco dagli Stati Uniti dove era andato a trovare il figlio, fisico nucleare che lavorava per la NASA a Los Alamos. Gli Stati Uniti gli erano piaciuti moltissimo, si era divertito e amava parlarne. Il figlio l’aveva portato a visitare un Parco Nazionale dove Emilio aveva avuto la fortuna di assistere a una scena che l’aveva entusiasmato, per l’intelligenza e l’astuzia dell’animale, tanto è vero che gliel’ ho sentita raccontare più di una volta: un orso di vedetta su una roccia sopra un torrente, scorgendo una trota o un salmone nella vicina pozza d’acqua poco profonda, sotto di lui, ci saltava dentro (col culo peloso), facendo così schizzar fuori sul terreno la trota che avrebbe poi preso senza dispendio di energie.
«Poi si alza la trota nella zampa/ e mangia e ride ed è poeta/ veramente grande/ così felice e orso così raro e così via./ Questo al Parco Nazionale./ Ma tutta l’America la calzi come un guanto/ Zeus Rabelais/ ti divertiva quel Luna-park…».
L’entusiasmo col quale Emilio mimava questa scena, mi indusse a identificarlo con l’orso, ma subito dopo, cercando di spiegare quale sorta di piacere poteva avergli dato quel «Luna-park» degli Stati Uniti, lo definisco Zeus (sempre per associarlo alla grandezza, nonché alla sua traduzione dell’Odissea della quale parlo più avanti nel testo), e Rabelais (per gli eccessi, la sua voracità fisica e mentale per i pasti pantagruelici, i dizionari e tutte le lingue).
Emilio raccontava di avere sempre lavorato alle sue interminabili traduzioni (dell’Odissea  e della Bibbia in aramaico), in cucina, intento anche a sorvegliare sughi e intingoli, brasati, spezzatini o minestroni, comunque piatti a lunga cottura, mentre la sua compagna era fuori, al lavoro, a scuola o in ufficio. Egli amava praticare coi cibi associazioni inedite e bizzarre, tipicamente regionali e contadine: nelle minestre versava quasi sempre, a tavola, un bicchiere di vino, commentando che così arrossata, la zuppa diveniva uno «scattone». Non ricordo se questo termine (che non conoscevo e non avrei mai più sentito), fosse una sua invenzione, o l’avesse mediato da qualche dialetto… A una cena di Ferragosto a casa sua, ci servì un tipico piatto parmigiano e natalizio: zampone con una crema spumosa  di zabaione. Un ottimo incubo calorico, servito a una temperatura esterna di 35 gradi.
«…hai nutrito i computers di dati in codice/ uova in camicia crocchette di merluzzo/un cassoulet la fricassea/ una zuppa Dame Edmée delle costine/di maiale alla maniera della nonna i testicoli/ del padre e ne è uscito brunt/ H ah che brivido che testo dal tono alto/ che testo ad alta velocità/ tapioca! un bell’incesto/ er mejo il massimo.»
brunt H è il titolo di un suo poema, scritto prevalentemente in inglese (lingua che Emilio non conosceva) e che elaborò su uno dei computer con i quali lavorava il figlio alla NASA, inserendovi i più svariati dati in codice. Da parte mia aggiungo una lista di nomi di grandi piatti soprattutto francesi e che iniziano con la consonante «c», per dare maggiore forza ai quei «testicoli, o coglioni» del padre, pietanza allegorica che vuole simboleggiare in Emilio un suo possibile rapporto edipico con il nutrimento, l’oralità e la parola.
Quel «tapioca!» con l’esclamativo vuole avere un comico valore di bestemmia e «er mejo» è romanesco puro.
«Al largo di S. Francisco sulla baia/ quando l’aurora dalle rosee dita/ fece luce quel giorno/ dopo l’uragano/ su quella piramide di foche/ (è stato Philip quel mentore della costa occidentale/ a dirmelo)/ vedesti Nausicaa e come un leone di montagna/ dal fitto groviglio dei rami/ ne spezzasti uno/ c’era anche Athena ti toccò i capelli/ in un certo modo/ ti inondò di grazia/ e ti pettinò col pettinino azzurro.»
«uper the bay» è scritto in corsivo perché è una citazione dal suo testo brunt H, in un inglese parzialmente inventato (uper non esiste, ma l’ho interpretato come over, sopra). In certe stagioni, è possibile vedere, ammonticchiate sugli scogli della baia di S. Francisco, delle piramidi di foche che abbaiano i loro richiami amorosi. Emilio le vide in quel suo viaggio e ce ne parlò con lo stesso piacere e senso di meraviglia con cui ci aveva raccontato dell’orso. Sempre in quella città egli fece la conoscenza del santone degli Hippies, Philip Lamantia. Nel mio testo separo e scrivo in corsivo phil hip,connotandolo così come il mentore degli hippies.
Le tipiche espressioni omeriche come «l’aurora dalle rosee dita» ecc. si riferiscono alla traduzione dell’Odissea di Emilio (pubblicata da Feltrinelli) nonché alla sua teoria che Ulisse, quando, nudo come un  verme, dopo il naufragio, incontrò Nausicaa, non spezzò un ramo fronzuto per coprirsi le vergogne di fronte alla giovane principessa, ma scelse piuttosto un ramo a «Y», per posarci sopra e mettere  in mostra gli attributi della sua virilità! Secondo Emilio, la versione del ramo ricoperto di foglie che servisse a nascondere (come una foglia di fico), i genitali di Ulisse, era invenzione bigotta e purgata dei monaci amanuensi che nel Medioevo avevano tradotto il poema dal greco.    La presenza di Atena, protettrice di Ulisse, avrebbe poi benedetto quel felice incontro.
Emilio ogni tanto estraeva, anche in pubblico, da un taschino posteriore dei pantaloni, un pettinino di plastica azzurro, non particolarmente pulito, e si dava una velocissima ravviata ai capelli. Poiché quel gesto, anche allora, alla fine degli anni Sessanta, non veniva più fatto da nessuno, ho voluto ricordarlo con affetto e ironia, attribuendolo però alla dea Atena, che diviene così protettrice, non solo di Ulisse, ma anche di Emilio.
«Ma sul canto sesto non c’è altro/ da dire.» Dove il Canto VI° si riferisce ovviamente al Canto dell’incontro di Ulisse con Nausicaa nell’Odissea.
A questo punto mi ricollego ai versi già tradotti all’inizio di questo scritto: «Ho voluto una volta per tutte/ e per sempre/ raccontare di ev/ alla maniera di ev », che così proseguono: «e se non la v che è così/ veritiera eventualmente/ evidenziar la e». Pronunciando in francese «la v», avreno lo stesso suono di «lavé» e potremo leggere la frase anche come «se non lavato», in riferimento alle magliette di Emilio, spesso ricoperte di macchie e patacche che egli si procurava mangiando o cucinando.
Per poterne raccontare il contenuto, la traduzione in italiano che ho fatto della ballata è letterale, ma si sono perse così le rime e la cadenza veloce.
Mi spiacerebbe se qualcuno considerasse irrispettoso ora, dopo la sua morte,  questo ritratto di Emilio Villa, ma se ciò avvenisse, me ne scuso. Come ho già detto, il tono della ballata (quando la scrissi quasi trent’anni fa), voleva essere ironico e gioioso, e trasmettere il senso di allegria e divertimento che la sua presenza dava sempre agli amici.
Le persiane dell’appartamento di Emilio erano sempre chiuse, anche di giorno, e in casa sua si vedeva solo grazie alla luce elettrica. Non gli ho mai chiesto se questa sua mania di isolamento avesse a che fare con un suo forte desiderio diprivacy, avesse lo scopo di mantenerlo al riparo dai rumori della strada, o servisse ad astrarlo dall’ipocrisia del mondo.
  
Ma anche per quanto riguarda il mio lavoro visivo, ad esempio Facsimile e cioè delle  Fotografie concettuali, mi preoccupo sempre di far notare che ciò che noi vediamo, non rappresenta necessariamente la realtà. In questo caso, andrebbero mostrate le diapositive della serie Le tre chiavi, mentre leggo la ballata dedicata a Marie Louise Lentrengre:
  
  
M.-L. L. Ballad
  
(a Marie Louise Lentengre)
  
Alla riproduzione fotografica di tre chiavi
 in un anello portachiavi
ritagliate da un giornale
e quindi di carta
è stata aggiunta
una chiave di metallo.
Nella prima fotografia della sequenza
sono infatti visibili
quattro chiavi
ma risulta impossibile distinguere
 quella di metallo da quelle di carta.
Nella fotografia la chiave di metallo
è comunque una chiave riprodotta
un facsimile e di carta
come le tre chiavi nell’anello portachiavi.
   
Quattro chiavi musicali se lette o recitate.
  
Nella seconda fotografia
 la chiave di metallo è stata tolta
 vediamo dunque tre chiavi riprodotte
ma solo la terza fotografia ci farà capire
che le tre chiavi in questione
sono la riproduzione di una riproduzione
usando l’espediente di fotografarne il retro
in cui è visibile solo il profilo e la forma
delle chiavi e dell’anello portachiavi
e non più la sostanza del metallo
sostituito dalla stampa e da quei caratteri
impressi sul giornale
dietro la prima riproduzione delle tre
chiavi di metallo.
  
Cosi ho fotografato
la poesia in tre tempi di una fotografia
e ho poi scritto
la poesia di questa fotografia.
  
Giugno 1977
CHIAVI_1  CHIAVI_2CHIAVI_3
  
Allora, nel 1977,  non sapevo nulla di filosofia buddista, secondo la quale vi sono due “verità”, una verità relativa, che corrisponde a come le cose (i fenomeni) ci appaiono, e una verità ultima, che corrisponde a come le cose effettivamente sono. Eppure, è come se il mio subconscio continuasse a girare attorno a questi concetti, lavorando su di essi per arrivare a qualche conclusione in proposito.
Per il Buddismo, la “verità ultima” può essere compresa solo da una mente libera e realizzata, una mente che conosce per esperienza il concetto di Vacuità, l’unione di beatitudine e saggezza. La Vacuità è la realizzazione della non-esitenza inerente dei fenomeni. I fenomeni e le persone non sono autonomi e indipendenti, sono bensì sempre interdipendenti. Non è sufficiente però comprendere concettualmente questo principio, se ne deve fare l’esperienza (ed è anche un’esperienza fisica) che diventa una forma mentis diametralmente opposta al nostro solito, istintivo modo di pensare.
In questo caso, è come se la mia mente in questa vita avesse continuato ad avere la vaga percezione di certi insegnamenti buddisti  ricevuti in una vita precedente e tentasse di capirli in maniera più profonda e sperimentata di quanto non fossi riuscita a capirli in una vita precedente.
A proposito di ciò che rimane – a nostra insaputa – rinchiuso nella cassaforte del nostro subconscio, racconterei il seguente episodio che rappresenta anche il testo di chiusura della serie Frisbees della vecchiaia:
   
   “In sogno, la voce di una persona che non vedo, mi dice una dopo l’altra, una serie di  parole in inglese e pretende che io le traduca in italiano. Questo lavoro va avanti per un bel po’ finché comincio a sentirmi  provata e stanca. A questo punto  la voce pronuncia il termine “sugar bush” che io non conosco. Confesso la mia ignoranza, convinta di poter così mettere fine all’interrogazione, ma la voce pretende comunque che io dia una risposta. Faccio uno sforzo e, per associazione, mi viene da dire che, se nello slang afro-americano “sugar-daddy” è il nomignolo di “pappone”, “sugar bush” “cespuglio di zucchero” potrebbe essere il nomignolo del triangolo pubico femminile. Detto questo, finalmente mi sveglio, decisamente affaticata ma anche divertita, ripromettendomi di consultare un dizionario di slang afro-americano per verificare la validità della mia intuizione.
   Per la stessa ragione e anche perché – prima d’allora – non mi era mai capitato di dover tradurre anche nel sonno, racconto il sogno a Franco T. che subito assume un’espressione pensierosa. Secondo me – dice – Sugarbush è il titolo di una canzone degli anni Cinquanta…
   Il giorno successivo mi arriva una sua Email, con il testo integrale di Sugarbush (Canta: Nilla Pizzi con Gino Latilla – 1953): “Sugarbush mia Zulù/ tutta zucchero sei tu/ ed hai una magica virtù/ sai ballare il Balabù”…
   Morale: un testo demenziale e ancora colonialista che non ricordavo assolutamente di avere mai sentito ma che il mio subconscio, proprio per disprezzo e solo per disprezzo, aveva tenuto al sicuro, in una sua cassaforte, dalla quale era uscito finalmente, ben 57 anni più tardi!
   Ma ti pare possibile? Se le cose stanno così, bisogna riuscire a portare proprio tutto alla luce!”
  
E, “portare tutto alla luce”, vuol dire “Raggiungere l’illuminazione”…. Ecco la fissazione per le vite future…
  
Per fare un paio di esempi sulla “poesia sperimentata”, leggerei Meditazione 2, Meditazione 3, e Meditazione 5  ,spiegandole, mentre la Meditazione 6, vuole essere un “umoristico” e affettuoso omaggio a Balestrini.
   
   Se chiudiamo gli occhi, ciò che vediamo è uno schermo grigio o nero. Quando in meditazione, quel rettangolo scuro iniziò a essere attraversato verticalmente da un taglio di luce argentea e lunare (verso la fine degli anni Ottanta), non potei non associarlo ai “tagli” di Fontana e a ciò che egli dice nel Manifesto dello spazialismo. Così anche, certe radiose fosforescenze di segmenti concentrici identici ai nostri polpastrelli, mi fecero tornare alla mente il fatto che sia Fontana che Wols avessero firmato certi loro quadri con l’impronta del dito pollice, come degli analfabeti.
   Perché l’avrebbero fatto? Forse perché qualcuno potesse riconoscere proprio quel dettaglio “spaziale”, dandogli il suo giusto significato, se l’aveva già vissuto nel proprio occhio della mente? In un suo spazio personale e interiore?
   Col passare del tempo quel taglio verticale e luminoso si accorciò allargandosi, assumendo la forma di un proiettile. Poi il proiettile riapparve leggermente trasformato, con una strozzatura a un terzo dalla cima e due triangolini sopra la sfera superiore. Un gatto o una civetta visti di spalle?
  
  
  
Un’incisione netta, verticale
un “taglio” di Fontana,
“la non rappresentazione
in favore della creazione
di sensazioni spaziali”
– dice il manifesto –
e anche “il fatto di passare
a un altro piano dietro la tela,
per andare oltre ciò che è percepito”.
Inoltre, sia Wols che Fontana
apposero a certi loro quadri
l’impronta del dito pollice
e non il nome scritto, “analfabeti”
che lanciano un segnale comprensibile
a pochi; solo a chi ha già sperimentato
nell’occhio della mente un intermittente
piccolo vortice di luce, una radiosa
fosforescenza di segmenti concentrici
identici a quelli dei nostri polpastrelli.
A volte, tra le sopracciglia
al centro della fronte, un fastidioso
turgore pulsante, come un ascesso,
un’escrescenza da unicorno, oppure,
sempre lì, ma in superficie, sulla pelle,
una vistosa fiammata di rossore.
Poi il taglio si allarga,
assume la forma di un proiettile
e ancora si trasforma, strozzandosi
a un terzo dalla cima. Avremo allora
una testina con due piccole orecchie
sopra un corpo gonfio, arrotondato.
La silhouette di una civetta?
Un gufo, una civetta visti di spalle
o, sempre di spalle, un gatto seduto?
Validi tutti. Infatti, tutti e tre
vedono al buio. Ma direi la civetta,
perché sacra ad Atena e in quanto tale,
non può che essere lei l’archetipo
dell’apertura dell’occhio della mente:
pineale funzionante, in grado di spaziare.
  
  
Marzo 2000
   
   
Può capitare, per brevissimi attimi, di tornare nel passato, non di ricordarlo, e si sa perfettamente che è un vero e proprio tornare, eliminando “con un colpo di spugna” i sessant’anni e passa che ci separano da quel momento perché la gioia che si prova – dopo –  è impensabile e indescrivibile. E poiché così è, non tenterò di farlo. Manganelli l’ha già fatto nel modo più conciso e prefetto: Eternità: essere vicini, vicinissimi.
  
MEDITAZIONE 3
  
Il sacco degli scampoli
  
Ci sono il rumore di fondo delle voci
delle donne che si parlano in dialetto,
i ritmici colpi del ferro sul tavolo
da stiro e io seduta per terra, nel cono
di luce della lampada, ai margini del buio
di quel pomeriggio invernale – ah quella
pigna di porcellana bianca del contrappeso
e il cigolio della carrucola quando si alza
o si abbassa la luce sopra il tavolo! –
io in quel cerchio di luce, sul parquet
del guardaroba, con intorno i ritagli
di stoffa. Ci gioco. Li esamino, distinguo
cotone, seta, lino, raion. Riconosco:
quell’abito di mia madre, quella camicia
di mio padre, il mio grembiule bianco,
le stoffe pesanti delle mantovane e
quelle dei velluti e dei rasi che ricoprono
sedie e divani. La consistenza dei tessuti
al tatto, i fili dei disegni damascati
sul dritto e sul rovescio, i colori,
le forme e le dimensioni degli avanzi e
quelli a sorpresa, mai visti o mai notati,
appena estratti dalla federa stipata.
Non è un ricordo. Lì ritorno per un attimo
al termine di un ritiro di meditazione
con la percezione inequivocabile
della mia mente-bambina circondata
da luci, rumori e odori di quel guardaroba
di sessant’anni fa. E comprendo: quei ritagli
di stoffa sono la metafora di tutte le possibilità
che la vita allora mi offriva. Ora mi si apre
il cuore e si espande in gratitudine e stupore.
P.S. Francesca mi dirà poi che quei sacchi
di scampoli vengono usati pedagogicamente
in certe scuole materne: servono a stimolare
la concentrazione nei bambini.
  
Aprile 2001
  
  
  
Un altro attimo di Vacuità-Immensità  durante un ritiro:
  
MEDITAZIONE 5
  
   
Si scende, si scende
mi dico mentalmente
– on descend – aggiungo tra me
e me, per renderlo linguisticamente
ancora più impersonale.
Lì in quel campo coperto di neve
sotto terra, in un buio denso
e neutrale: un chicco di grano.
Sono io quel chicco? Non saprei.
Quello che so è che non c’è
dualità tra lui e me. Ci siamo solo
noi due in questo istante e non c’è
alterità, nessun altro pensiero, solo
un soffuso benessere. Stupore
e un’intensa felicità. Sopra di noi
il vasto rettangolo uniforme
di terra e neve: bianco e nero,
geometrico custode della totalità.
Questione di attimi e l’emozione
si trasforma in timore riverente:
mi sento sopraffatta dalla forza
smisurata di quel seme.
Una forza immane legata
a quella cosmica. In miniatura
– come in un cannocchiale capovolto –
quel seme è l’essenza dell’insieme
di tutti i corpi celesti, possiede
la stessa energia del moto
delle più alte sfere. Esco dall’assorbimento
di questa esperienza primordiale e mi chiedo:
ma tutto questo cosa vorrà dire?
Che la percezione dell’infinito non può
essere un’idea, ma solo conoscenza personale?
La visione non può essere spiegata
a parole, il suo effetto è stato quello
di aver vissuto per un attimo
l’armonia universale, l’interconnessione.
di tutte le cose. L’ enigma divenuto
rilevazione?
Dicembre 2002
  
  
  
MEDITAZIONE 6
   
   
Saltuariamente, nel vasto spazio silente
della memoria di lunghi anni, in meditazione,
sotto le palpebre abbassate, la percezione
visiva e persino uditiva di un tergicristallo
in movimento, cigolante,  avanti-indietro,
indietro-avanti, a ripulire giudiziosamente
due sezioni a forma di ventaglio del vetro
appannato di un mio lento veicolo mentale. Per niente.
Perché comunque quest’auto avanza cieca, a passo di lumaca
nella notte, tra strati su strati di nebbia grigio-nera e compatta
che una mia voce interiore nomina ipnotica, scandendo
le parole come l’annunciatrice – di quell’ormai comica
nenia  radiofonica – che ripete:  “Banchi di nebbia
in Val Padana. Banchi di nebbia in Val Padana”.
L’immaginaria “goccia bianca” situata al centro
della fronte, nel terz’occhio – il concetto di quella goccia
che dovrebbe un giorno sciogliersi, diffondendo
estasi e beatitudine, quella goccia attorno
alla quale gira la ruota percettibile del mio pensiero –
non ha niente di fluido o di emolliente. Fredda
e dura come un ghiacciolo, man mano si trasforma
per camaleontismo in un cilindretto di cristallo,
un sasso, un’agata, un’ambra, un’arachide,
un clitoride, il becco di un polipo tentacolare
e indecente, come la mia mente fatua, abitata
dai cento archetipi proliferanti di un subconscio
irrimediabilmente infantile: orale/anale.
Una festa, un’esperienza liberatoria quando, tra le
tante metamorfosi, per ultima appare una pallina
da ping-pong danzante, in bilico su un getto
d’acqua, come ai tirassegni delle fiere. Non sparo,
non ho un fucile, la guardo con l’occhio della mente,
sorridendo divertita a quell’ assurda grazia
in movimento. Quindici anni di meditazioni quotidiane
– almen tre ore al dì – sono durate queste interferenze
alla conquista di una  pace interiore, senza più
forme invadenti, pensieri discorsivi, concettualizzazioni,
finché la mia mente finalmente appagata del nulla
non cominciò a riposare nel proprio assorbimento
ondeggiando lieve, come una barchetta nel porto.
Tutto questo per chiedermi: se non lo si è costruito
dentro, come si può pretenderlo da fuori
il conforto della pace?
   
Marzo 2003
   
Passano altri nove anni e quella goccia bianca inizia finalmente a sciogliersi un po’. E’ la beatitudine. Quando si scioglierà tutta….
Luca Bartolotti Quiet_art
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Pubblicato su Autori, Niccolai Giulia, Saggi

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