Breve riflessione di Marco Righetti sul fare poesia

  
  
Sono sempre stato convinto che poesia sia un modo altro, un codice più diretto di quelli tradizionali, per esprimere luci e ombre della vita, dolori e speranze; un modo per tirare fuori la nostra metà oscura (=non detta, non raggiunta, o, come già intendeva il volgarizzatore duecentesco Bono Giamboni, non verificabile) e farla parlare, vivere.
  
Scrivo e divento io stesso oggetto pronunciato dalle mie parole, “sono il foglio aperto su cui si posano lettere dal mondo”, scrivo perché altri mi parli di sé e mi raggiunga: “Io, Paola, ragazza disabile”. Sembra paradossale, ma quello poetico è l’unico caso in cui le parole, attraverso la finzione più vera (talvolta drammaticamente vera) che possa darsi, partono da chi scrive ma sono pronunciate dal lettore che le condivide, dalla bocca stessa di una e mille Paola, “fiore celato nel (suo) abito musivo”. È in virtù di questo meccanismo che azzardo la conclusione: “ora so perché ricordo cieli che non ho vissuto.” Poesia come urgenza di conoscere, e di catalizzare nella mente ciò che sta fuori: per comprenderlo, amarlo.
  
In tempi di efficientismo-a-ogni-costo non sarà mai ripetuto invano: poesia non è allegoria di un tempo inutile, sequenza di versi ‘campati in aria’, disancorati dalla radice corporea. Da quando – qualche millennio fa – è stato riempito dalle Nuvole aristofanesche e dai loro concreti poteri, anche il cielo è diventato terreno, accessibile (è un altro ossimoro di cui vive la poesia).
  
Cessate le ultime ventate di biografismo e di minimalismo, il vissuto e la sua trasfigurazione afferrano ormai le parole e le trasformano in segni, immagini, accostamenti inediti (penso alla poesia di Daniela Raimondi e a quella, diversissima e altrettanto affascinante, di Maria Grazia Calandrone).
  
La poesia può essere anche questo: segno di un’esperienza e suo superamento, parola che narra e, nello stesso tempo, si allontana da sé nel momento stesso in cui viene detta, perché nessun segno, nel metalinguaggio, è permanente. I segni soffrono l’emozione, la difficoltà del dire, la sua pericolosità. Sì, la poesia può essere pericolosa quando taglia nel vissuto e lascia aperta la ferita: ma qui l’unica possibile cucitura è lo stesso vulnus (valga un nome solo, Paul Celan; in casa nostra, Amelia Rosselli).
  
In aggiunta alle equazioni e alle deduzioni del ‘fare’ inteso come tèchne, apparato tecnicamente perfetto per incidere sul reale, il linguaggio poetico (e qui intendo l’uso dei suoi codici, a partire da metafora e metonimia), promette, a prezzo di un percorso percettivo, di raggiungere direttamente le cose e di portarle in luce per via interna, fisica. Scende le vene, i polpastrelli e si deposita nella penna (ormai nei tasti dell’elaboratore). Riformula la realtà, sanandola talvolta, perdonandola. Del resto ‘poesia’ sappiamo che deriva da poiein, “fare”: è un’attività concreta che esonda e pone domande ineludibili. È qui che si innesca il tema della disabilità, è in questo bisogno di dare visibilità a un’emergenza nascosta, di esporla all’occhio e al cuore dell’homo fugiens (la nostra condizione di individui che non hanno più tempo e quindi fuggono se stessi, dato che per ‘essere’ veramente occorre tempo). Di fronte a noi ‘parlanti, intelligenti’  Paola ha “differito la parola fino a quando il (n)ostro orizzonte non scoppierà d’amore”. Il miracolo dunque è possibile: Paola potrebbe parlare, se la nostra capacità d’amare glielo consentisse. La sua malattia è solo un’attesa – un’attesa che può durare una vita.
  
  
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Pubblicato su Autori, Righetti Marco, Saggi

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