Intervista a Marco Righetti a cura di Paolo Polvani

Abbiamo posto alcune domande al poeta e scrittore Marco Righetti, autore del romanzo “Sole nero” (Leone Editore).

  

  

Com’è nata l’idea di Sole nero? 

Dalla lettura, fra gli altri, del libro di Leonardo Maugeri Con tutta l’energia possibile, dalle notizie sui nuovi progetti di centrali solari nel Maghreb, dall’interesse per l’astronomia, per l’Africa come territorio in cui l’anima è costretta a scoprirsi, a liberarsi. La tematica lato sensu ambientale mi ha sempre coinvolto, così come l’idea di far agire nel romanzo forze oggi in campo nel continente africano, cioè la vecchia mafia del petrolio e gli interessi delle nuove multinazionali. C’è poi il fascino delle radici: nel romanzo ci sono passaggi in cui i protagonisti vengono come immersi nel richiamo alle origini e qui prendo sottomano poesia, ricordi e concrete esperienze personali vissute in Sicilia e Sardegna. Nessun libro è figlio di una sola idea. Lo stesso vale per questo titolo che suscita, è il caso di dire, costellazioni di richiami. C’è il simbolo esoterico del sole nero che ha una storia molto risalente, mentre l’anno scorso è uscito Un buon posto per morire di Avoledo e Boosta, dove il sole nero è l’asteroide che minaccia la terra. Il sole può essere nero in senso drammatico, come accade nell’intenso Il sole nero di Rocco Familiari, e nel Sole nero di Gilles Leroy. Nel mio caso il titolo può alludere alle macchie solari che ‘scuriscono’ il sole durante la loro breve parabola e danno il la alla stessa vicenda, ma c’è comunque un voluto richiamo a quello che questo sintagma evoca nella mente del lettore (il che poi accade per ogni titolo).
Tornando all’idea del libro, il coacervo di stimoli descritto è a un certo punto esploso, ci sono libri che nascono da un’esplosione. Diciamo che ho subìto una fase di fascinazione a cui poi ha fatto seguito la scrittura, l’elaborazione di un teorema affidato alla penna, e la proposta di una mia versione dei fatti. Mi ha sempre colpito l’affermazione di Saramago, versione estremizzata della sospensione dell’incredulità coniata da Coleridge (e minata poi da Nabokov): ‘organizzo una situazione impossibile e ho bisogno che il lettore accetti la mia proposta, Se lo fa vi assicuro che tutto diventa rigorosamente logico’. In fondo con Saramago siamo al punto massimo di arrivo dell’invenzione, cioè l’impossibilità (e il genio di uno scrittore). Ma allora tutto il resto, cioè la creazione di situazioni possibili, diventa molto meno complicato e quindi è realizzabile. Una volta ri-convintomi di questo (una sorta di necessaria entrata nella scrittura) non mi è restato che stendere il plot, tenendo conto di variabili concrete, scientifiche e di situazioni in fieri. E tenendo fermo che il genere doveva restare noir. L’idea di collocare l’azione nel 2022 serve poi a prevenire l’eventuale incredulità del lettore prospettandogli una situazione di cui nessuno può avere le chiavi. Vorrei fare un’osservazione socioletteraria. Oggi il lettore ha una mente molto più elastica di un tempo. Smaliziati come siamo nell’accettazione di situazioni e ambienti di fantasia, nella commistione di elementi naturali e virtuali (e qui giocano un ruolo efficace film, tecniche di motion capture, ambienti videoludici, spot e video pubblicitari, a parte quelli shock tipo lo spot della compagnia britannica Phones 4u un anno fa) mai come oggi nella scrittura di un testo conta l’interazione fra fantasia e realtà, la capacità insomma di ricreare nostre vicende spostandole in ambiente governato (da chi scrive). E sotto questo aspetto il thriller si presta perfettamente a questo tipo di regia. La scrittura è l’unico ambiente governabile, gli altri, quelli del nostro quotidiano, ci sfuggono proprio quando pensiamo di averli compresi. Con Durrenmatt, per esempio, la scrittura è così governata da creare una sorta di ambiente parallelo da cui lo scrittore guarda i fatti che analizza.

  

Il romanzo affronta tematiche legate alla scienza e alla tecnologia. Eri già in possesso di competenze specifiche? 

Finito il classico mi iscrissi a Fisica, travolto da sana passione per la materia, dietro consiglio dello stesso professore con cui sostenni la maturità. Ma dopo pochi mesi cambiai, non avendo solide basi matematiche; anche sotto la spinta di altri fattori pratici mi segnai a Giurisprudenza, devo dire felicemente. Ma come ogni amore infranto mi è rimasta però la passione per la materia. Si è attratti da ciò che non si conosce. Se avessi fatto l’insegnante di lettere magari (a differenza di Lodoli e D’Avenia, per esempio) avrei usato la penna solo per correggere i compiti degli studenti.

   

Tu pensi che gli scenari da te prefigurati si evolveranno nella direzione suggerita dal romanzo?

E’ una scommessa che non vorrei sottoscrivere. Nel libro la rete di centrali solari termodinamiche si chiama Lightstorm (Tempesta di luce) mentre nella realtà il progetto per il quale sono attualmente partiti gli appalti e che dovrebbe vedere la sua prima fase di produzione nel 2014 si chiama Desertec, e mira a tappezzare il Maghreb, appunto, con una rete di centrali solari che dovrebbe poi fornire energia all’area EUMENA.

  

Prima di essere romanziere sei poeta. Trovi che i due campi confliggano? quali grosse differenze hai riscontrato? 

Ci sono, e notevoli. In poesia scavo in verticale, tiro fuori la dimensione altra, forse inavvicinabile altrimenti. Quando ho scritto Ombelicale, parole alla mia sempremadre (sezione centrale del mio libro di poesia Il seguito mancante) ho messo in atto una sonda che ha fatto schizzare frammenti di un discorso che tentava un ricongiungimento, un abbraccio nel dolore, la pacificazione di un tempo che mi era sfuggito. In prosa c’è lo spazio che si allarga e si popola, e non puoi star lì a raccontare di te, devi stargli dietro, sorreggerlo, far sì che tutto regga, che le forze conducano da una parte. In prosa ho bisogno di un motore che funzioni, di una strada su cui correre, di un punto d’arrivo, di un luogo in cui incontrare altre voci, di una storia che diventi più vasta, che abbia dalla sua un’idea forte, una potenzialità che deve sostenere poi il successivo svolgersi degli eventi. Ciò non toglie che la prosa possa a sua volta diventare poetica, lo dice per esempio il Peter Camenzind di Hesse quando riferisce che il suo desiderio era raccontare poeticamente la muta natura. C’è infatti la poesia che allarga il seminato, annullando confini e mettendovi quelli di certa emozione, di certa prossimità alle cose, ai fatti. Ma dopo l’excursus poetico il discorso deve tornare a radicarsi in uno sviluppo, direi ‘in un’opera di influenza sul reale’, in una narrazione che lo rimetta in discussione o lo confermi o lo sottoponga a nuove direzioni, fecondando possibilmente nel lettore quel nuovo territorio che è poi l’humus di ogni libro. A misura che leggiamo la nostra competenza relazionale, la nostra capacità di com-prendere il mondo (in senso etimologico) dovrebbe crescere. Se leggo un libro aumento la geografia dell’anima (è quanto accade, per esempio, dopo aver letto La linea d’ombra), o del possibile (vedi i Sessanta racconti di Buzzati). Quando qualcuno ti porta una sua esperienza l’ideale sarebbe rispondere: ‘in quello che mi dici ci sono già stato, è già mio territorio’ = è diventato mio anche a seguito delle mie letture. Il bagaglio personale di conoscenze è sempre formato – fisicamente, direi – dalla variabile delle proprie letture, anzi del linguaggio. Non a caso Wittgenstein diceva che i limiti del linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Lo stesso Moses E. Herzog (nell’omonimo romanzo di Bellow), grafomane forsennato, va a cercare la realtà attraverso il linguaggio. Meneghello addirittura ci dice che il dialetto è le cose che rappresenta, è la prima forma di ‘appercezione’ della realtà anteriore a ogni ragionamento. In una delle prime pagine del suo Le braci Sandor Marai descrive il personaggio della vecchia governante Nini e la osserva ‘muscolosa e tranquilla come se il suo corpo fosse a conoscenza di qualche segreto,come se nascondesse qualcosa nelle ossa, nel sangue, nella carne, il mistero del tempo e della vita (…) un segreto che le parole non sono in grado di sostenere’ ed ecco che Marai ci ha allargato la geografia della parola ‘vecchia’.

  

Stai lavorando ad un romanzo a vocazione popolare, di impianto classico. Puoi fornircene alcune anticipazioni? 

Al centro della vicenda c’è un bambino autistico, e c’è sua madre: ecco, l’omaggio sarebbe perfetto. Ma poi vedo che la sofferenza della situazione descritta mi prende la mano , m’interroga, mi mette in crisi. C’è un ovvio rapporto dialettico fra me e questo romanzo, perché c’è in ogni cosa che tocchiamo (scrivere un libro vuol dire proprio ‘toccarne’ la trama), che viviamo. Apro una parentesi: ho vissuto la forte esperienza di mia cugina, ragazza con problemi più gravi dell’autismo. Stare al suo fianco, le poche volte che stavo al suo fianco, era incontrare un mondo sommerso di cui tentare di avvicinare i codici, le luci oltre alle ombre, le gioie!, un andare sott’acqua per poi riemergere e trovare che, per fortuna, c’era ancora ossigeno e tanto. Ma soprattutto ce n’era anche per lei! Chi soffre resta in attesa, ti guarda e ti attende, ti chiama. E in quella chiamata, ne sono convintissimo, c’è molto della nostra vita quaggiù.
Tornando al romanzo la vicenda è più vasta, i confini anche lì si allargano e dovrebbero coinvolgere. Il senso di attesa che compare fin dalle prime pagine a un certo punto culmina in un evento fondante, che determina una svolta: da quel momento in poi c’è l’urgenza che porta al finale.

  

Che cosa rappresenta per te la scrittura? 

Se il corpo, come diceva Sarte, è condizione necessaria per la mia esistenza e allo stesso tempo premessa per un superamento del dato contingente, la scrittura è il canale necessario con cui mi confronto con l’esistenza e allo stesso tempo la premessa per un approccio diverso alla realtà, una chiave per studiarla, possibilmente aprirla. Diciamo che con la scrittura prendo una strada, presuntuosamente e procedo, sapendo che il territorio dello scrivere è più ampio dell’etica. Scrivere vuol dire sempre avere a che fare con la dimensione etica, proprio nel suo valore originario di rapporto con norme di comportamento sociali. Con la scrittura si può infatti arrivare anche molto lontano, anche a descrivere per esempio più futuri possibili, come accade nel Giardino dei sentieri che si biforcano.
Tuttavia scrivere mi pone subito di fronte a un’ambivalenza ineliminabile: da un lato prendo quella che credo la strada giusta, ma in realtà il fatto stesso di scrivere implica che “colle mie mani istesse mi saprò far giustizia” (con le parole del Goldoni), cioè mi ritrovo io stesso a scegliere il dopo-oscurità, il dopo-annebbiamento, il dopo-innamoramento. Ma sono io che scelgo? Non l’ho mai capito. Praticamente la scrittura è iniziare un cerchio, e alla fine chi lo completa è sempre la mia mano. Mi domando allora: l’ha completato per fedeltà alla geometria o perché conosceva esattamente quello sviluppo rivelatosi poi circolare? E’ una domanda a cui non so rispondere.
La scrittura forse esiste per rendere più cosciente il grande mistero della vita, la sua non codificabilità. Ci si ritrova ancora una volta all’inizio del cammino, anche se con un po’ di coscienza in più. Sotto questo aspetto l’Herzog di Bellow potrebbe essere letto anche come una balenante metafora di tale coscienza, quando alla fine del romanzo il protagonista inizia ad accettarsi, dopo l’esperienza delle infinite lettere da lui scritte e mai spedite.

Vivo la scrittura come un attore che agisce nella scena interiore, diverso dall’io pensante. Non a caso ancora Borges diceva enfaticamente che nessuno sa bene quello che gli è dato di scrivere.

  

Nella vita di che altro si occupa Marco Righetti? 

Di un lavoro amministrativo che mi consente di portare in famiglia un contributo concreto e fattivo, poiché litterae (e non solo ‘carmina’) non dant panem. Teoricamente il tempo occupato da lavoro, spostamenti per raggiungerlo (nel mio caso molto lunghi) e impegni familiari è tempo sottratto alla scrittura. In realtà quel segmento (prevalente) di giornata è ciò che dovrebbe dare un senso alla vita e avvalorare poi la scrittura come testimonianza, conferendole autenticità. Lavoro, metrò, bus e famiglia mi riguardano come zoon politikon facente parte di una comunità sociale, e come titolare delle qualifiche di ‘marito’, ‘padre’, sono il certificato di nascita con cui anche oggi dico ‘eccomi’ in una casa, in una società. Solamente dopo trovo spazio (spesso esiguo) per l’elaborazione letteraria.

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