La poesia civile oggi, di Francesco Sassetto

Di poesia civile, ma assai diversamente intesa e praticata, in Italia ne è sempre stata scritta, e molta, la cui ampiezza e varietà è ben documentata dalla recente utilissima Antologia Poesia civile e politica dell’Italia del Novecento, a cura di E. Galli Della Loggia (Milano, BUR, 2011).
E’ perciò importante chiarire quale poesia civile si scriva oggi in Italia, con quali intenti e sulla spinta di quali sollecitazioni.

Personalmente ritengo che definizioni quali “civile” o “sociale” siano pericolosamente ambigue ed esposte ad equivoci, troppo generiche nel voler definire la materia di molti poeti contemporanei, e sul numero – e la qualità – di testi e autori testimoniano bene le Antologie tematiche curate da Gianmario Lucini negli ultimi anni (ricordo soprattutto L’impoetico mafioso, CFR 2011, sulla violenza mafiosa, La giusta collera, CFR 2011, sul terrificante franamento dell’odierna realtà sociale, economica e culturale, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, CFR 2012, sul razzismo e l’intolleranza nei confronti degli immigrati, malamente celato e, solo a parole, negato, Cuore di preda, CFR 2012, poesie di donne sulle molteplici forme della violenza alle donne, Il ricatto del pane, CFR 2012, 22981333_il-ricatto-del-pane-scritti-poesie-sul-senso-del-lavoro-edizioni-cfr-0sulla trasformazione in atto del lavoro, oggi sempre più costrizione e condanna che momento di realizzazione e partecipazione alla crescita del Paese) che contano, ognuna, un centinaio o più di autori, dato significativo di un’attenzione, un interesse ampio e crescente verso tali temi, autori tra i quali, e con un certo orgoglio, mi annovero.
Meglio, a mio avviso, parlare di poesia civile come poesia “politica”, ma nel senso strettamente etimologico del termine. Una poesia, quindi, attenta alla polis, a ciò che accade nella città, nella vita sociale, economica, culturale del Paese, poesia non certo partitica e ideologica, che non ha padrini da accontentare o a cui piacere, svincolata da condizionamenti o sollecitazioni esterne, che nasce esclusivamente dalla libera volontà dell’autore (libertà sempre rivendicata con forza da scrittori quali Fortini, Vittorini, Pasolini e molti altri), da un moto interno, intimo e profondo, di chi scrive (e, se così non fosse, sarebbe ben povera cosa, un manifesto, uno slogan, senza risonanze profonde, una poesia debole, retorica ed inutile).

La poesia cosiddetta civile – e su ciò credo sia importante insistere – deve necessariamente partire da una pulsione viscerale, un’esigenza non procrastinabile di dire, di denudare (più che “denunciare”, termine abusato e spesso velleitario) le offese, le ferite, i segni del dolore che portano negli occhi e nel corpo i più deboli, i più esposti, i cosiddetti “diversi”, quelli che si possono facilmente colpire e schiacciare. E questa spinta carica la scrittura poetica di una verità umana universale che oltrepassa l’esperienza individuale e si allarga ad una dimensione collettiva, dotandola di una forza espansiva proprio perché sgorga dall’autenticità del vissuto del poeta capace di “far vedere”, di “mostrare” squarci emblematici delle tragedie che accadono quotidianamente, ma sulle quali molti, troppi preferiscono evitare di volgere lo sguardo ed il pensiero, per pigrizia, per menefreghismo, per una sorta di anestesia dell’indignazione, una progressiva, lenta ma inarrestabile, perdita di umanità.
Questa poesia si fa, dunque, voce e testimone del nostro tempo disastrato, senza punti di riferimento saldi, di valori autentici, senza direzioni certe, insieme al desiderio di destare coscienze assopite, risvegliare dall’abulìa la “collera”, il “disgusto” – termini che traggo non a caso dai bellissimi titoli delle Antologie di Lucini – lo sdegno, il rifiuto di accettare, in un silenzio passivo e colpevole, la realtà contemporanea per quello che è o, meglio, per quello che è diventata.
SASSETTO. Copertina 'Background'La poesia civile, dicevo, deve scaturire dall’esperienza personale, privata, non può essere pianificata a tavolino, freddamente, senza un’autenticità del sentire, deve avere radici profonde nella vita dell’autore, nel suo imprinting – da qui il titolo Background dato alla mia ultima raccolta – deve essere impastata nella sua carne, pagata sulla sua pelle. Gli occhi di questo poeta guardano dove una vita intera li porta a guardare. E solo così può creare una poesia che riesca – o mi auguro possa riuscire – a comunicare emozione e partecipazione. E, forse, servire a qualcosa.
E dunque scrivere – nel mio caso – di operai, di incidenti sul lavoro, di precariato e pendolarismo, di treni e stazioni come osservatorio di tanti mali italiani, di incontri e racconti di un’umanità spesso offesa e sofferente, di una scuola allo sfacelo, luogo sempre meno di formazione dei futuri cittadini e sempre più di accumulo demente di carte e circolari, scrivere di giovani allo sbando, riempiti di beni materiali e sempre più soli, più vuoti e violenti, della progressiva, pianificata distruzione di Venezia, massacrata per i lauti guadagni di pochi, non costituiscono mie scelte “tematiche” aprioristiche e, men che meno, casuali, bensì la naturale, necessaria espressione di un amore intriso alla rabbia nei confronti di tali “argomenti”, maturata nel tempo, innervata nel mio essere, una fedeltà alla mia esistenza, a ciò che sono stato e che sono diventato.

La poesia civile contemporanea è animata e sostenuta da un dolente e risentito senso di umanità, da una pietas (quella pietas tanto invocata da Fabrizio De Andrè nelle sue canzoni) che è comprensione del dolore degli altri, un abbracciare chi soffre l’ingiustizia, la violenza, la sopraffazione, che è poi la condizione fondamentale per edificare una società realmente civile. Una poesia oggi, a mio avviso, necessaria, doverosa, per non essere complici, per non far parte del branco indifferente, una poesia che si oppone e prende posizione, non si “chiama fuori”, anzi, si espone e chiede un nuovo umanesimo, una nuova società, con parole nette ed affilate, una voce salda, appassionata e commiserevole.
Essa assume così la connotazione di un’epica rovesciata dove balzano in primo piano le figure e le vite degli sconfitti, delle vittime, dei “vinti” di verghiana memoria che costituiscono il centro d’interesse dello scrittore, la materia privilegiata del suo discorso poetico.

Come porre rimedio, come cercare di intervenire sulla disumanizzazione in atto (o già compiuta) della vita civile, sulle tragedie causate da un sistema socio-economico sempre più impazzito, ottuso e crudele, sulla deriva inarrestabile dei valori etici, non è compito della poesia dirlo (a meno di non cadere, insisto, in una poesia ideologica o, peggio, militante).
Questo spetta alla politica di cui la vera poesia non è mai ancilla, portavoce o serva prostituta disposta a farsi bandiera di partiti o ideologie (ammesso ne esistano ancora).
La vera poesia – al di là degli aggettivi utilizzabili per consegnarla ad un “genere” – ha casomai il compito di incidere sulla sensibilità collettiva, predisponendola al cambiamento, di ridestare, come ho già detto, coscienze dormienti e rimbambite da anni di slogan, pregiudizi, ignoranza, dall’idiozia televisiva ed il vuoto massmediatico, dalle frasi fatte, le certezze a buon mercato, dalla paura dell’altro, del “diverso”, dello straniero, l’omosessuale, il tossicodipendente, il lavoratore che protesta, l’anziano che muore lentamente in un ospizio, la prostituta che dà fastidio stazioni sotto casa nostra, il giovane teppista le cui gesta criminali incontrano la più ferma condanna e, insieme, le analisi assolutorie dello psicologo televisivo di turno.
La vera poesia deve smuovere, dissodare un terreno arido e indurito dall’abitudine, dall’individualismo, dai facili clichès, dal “non mi riguarda” e dal “cosa ci posso fare?”.
E qui deve fermarsi.

Mi piace chiudere questa riflessione ricordando, quale esempio dell’importanza e della funzione che può svolgere la vera poesia, il valore che assunse, tra le due guerre, la lirica montaliana, il Montale degli Ossi di seppia, certo ben lontano dal considerarsi poeta “civile” e tuttavia artefice di una poesia che, proprio in forza dell’estrema lucidità del suo pessimismo, il rigore della tensione etica, il netto rifiuto di ogni ideologia consolatoria, si opponeva all’idiota ottimismo fascista, alla vuotezza delle sue mitologie, e costituì, per tanti giovani, una guida ed un sostegno, una lezione di forza morale, come ricorda Carlo Salinari: “Nella situazione storica del fascismo e del progressivo addensarsi delle nubi della seconda grande tragedia mondiale, la disperazione di Montale ci appariva congeniale, senza mai presentarsi come una forma di evasione dalla realtà che ci circondava […] la sua poesia dava voce alla nostra profonda infelicità ma ci ammoniva a guardarla in faccia con coraggio […] apprezzavamo il suo valore di poesia-testimonianza, di poesia, cioè, che aveva bandito ogni elemento di liberazione e di sfogo, che non voleva più avere una funzione di confessione o di commento a determinati stati d’animo, ma era sempre la narrazione diretta e precisa di un documento di vita”.
Il Montale antifascista, mai “chierico rosso, o nero”, che mai accese alcun “lume di chiesa o d’officina”, mi sembra uno degli esempi migliori e più alti di ciò che la vera poesia può essere, dell’opera di formazione che può svolgere nella società e nelle coscienze individuali.
Chiamarla, allora, “civile” o in altro modo, diventa, a questo punto, davvero poco importante.

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