Intervista a Francesca Del Moro, a cura di Paolo Polvani

  

     

    

Benvenuta Francesca, grazie per avere accettato di rilasciarci un’intervista. Iniziamo?

Per essere buoni poeti è necessaria un’adeguata coltivazione del sé ?

   

Dipende dagli scopi della poesia. L’arte che amo di più è quella che mi consente di addentrarmi nella mente di un altro essere umano, di guardare alla vita e al mondo con un diverso paio di occhi. Inevitabilmente prediligo gli artisti disposti a mettersi a nudo, senza censurare niente, con l’obiettivo di non ingannarsi e non ingannare mai. Tra questi, Giacomo Leopardi, Giuseppe Ungaretti, Cesare Pavese, Antonia Pozzi, Sandro Penna, Charles Bukowski. Poeti che ti trascinano nel loro mondo, i cui versi si portano attaccata la loro vita, e tu la vivi insieme a loro. Più che di coltivazione del sé parlerei di coraggio e sincerità. Il coraggio di guardarsi dentro, vincendo ogni senso di vergogna, pudore o paura. “Più qualcosa è personale, e più diventa universale”, recita un vecchio adagio. La poesia è uno specchio posto innanzi alla natura umana, e chi legge ha modo di riconoscersi, confrontarsi, mettersi in discussione, sentirsi meno solo. Certamente la poesia può essere altro, ma questa è quella che mi interessa di più.

    

I tuoi versi ricordano quegli abili infilatori di perline e pietre e conchiglie, pensi che la definizione di artigianato valorizzi la tua poesia ?

   

francesca-del-moro “L’artista che non è anche un artigiano non è un artista” diceva Goethe. Quindi trovo la tua definizione molto lusinghiera. Sono consapevole che i miei versi possano apparire spontanei, scritti di getto. Per questo mi fa piacere che tu abbia colto il lavoro che c’è dietro. L’idea della collana arriva all’improvviso, quando il flusso dei miei pensieri o ciò che vedo intorno a me sembra bloccarsi su qualcosa che mi sembra significativo. Ma poi scegliere le dimensioni, la forma, il colore, il materiale delle perline da infilare per ottenere l’effetto che ho in mente è un lavoro tutt’altro che facile. A volte non trovo la perlina che vorrei ma la cosa più difficile è individuare il pendaglio, ovvero i versi conclusivi, che per me devono essere una “chiusa” vera e propria, anche musicalmente, e spesso hanno il sapore di una massima.

   

Nelle tue poesie si percepisce un sottofondo musicale, una colonna sonora parallela, che tipo di rapporto hai con la musica ?

   

Un rapporto ai limiti del morboso. Dico sempre che “amo la musica senza essere corrisposta”. Non ho mai imparato a suonare uno strumento e, pur avendo secondo alcuni una bella voce, non riesco a utilizzarla come dovrei. Anzi, in occasione della mia prima e ultima lezione di canto, l’insegnante mi ha fatto notare che “faccio una nota sola”. Il fatto che Elio e le Storie Tese abbiano scritto “La canzone mononota” appositamente per quelli come me non è bastato a consolarmi. Cerco comunque di cogliere ogni opportunità per lavorare con i musicisti, persone che, con le inevitabili eccezioni, tendo ad adorare. Non c’è emozione più grande che sentire la musica crescere sotto i miei versi, fino ad arricchirli, valorizzarli, creando un’opera nuova che non è una canzone ma è pur sempre un’armonia di musica e parole. Di recente ho partecipato alla compilationLeitmotiv 13, prodotta da Fabio Fanuzzi, insieme a musicisti e poeti fantastici come Martina Campi, Valentina Gaglione, Il Rapsodico, Cattivo Costume e Leonora Giabbattino. Con Fabio e Mario Sboarina, abbiamo trasformato una poesia tratta dalla mia prima raccolta in qualcosa di magico grazie alla musica. Mario, in particolare, è un compositore e polistrumentista straordinario e ha una sensibilità profonda per la poesia. Lavoro spesso con lui e ogni volta è una sorpresa e una gioia vedere cosa riesca a fare a partire dai miei versi e dalle poche indicazioni che gli fornisco. Ma, al di là delle collaborazioni, tendo a riempire di musica ogni attimo della mia giornata. La mia serata ideale è da sola, in casa, a luce spenta, con un disco e un bicchiere di vino. Mettere su un CD è la prima cosa che ho l’istinto di fare quando mi sveglio la mattina e torno a casa la sera. Ascolto musica anche in ufficio perché il mio lavoro richiede concentrazione e in qualche modo devo isolarmi dai rumori dell’open space. Non perdo occasione per andare a un concerto e da alcuni mesi scrivo recensioni musicali per la rivistaSound and Vision. La musica ha il potere di aiutare, consolare, far sognare e ispirare più di ogni altra forma d’arte. Scrive il poeta Massimiliano Chiamenti: “e sì se devo dire di qualcosa / che per metafora assomigli a dio / direi la musica / non che in dio io ci creda / ma diciamo così come per modo di dire / che la musica è il modo in cui / mi immagino il paradiso”.

    

Nei versi si scorgono in trasparenza cinema e letteratura, musica e poesia, che tipo di influenze si intrecciano ?

 

La fruizione dell’arte è una grande fonte di ispirazione per me. Provo gratitudine e spesso affetto per molti scrittori, cineasti, artisti figurativi e in particolare musicisti, di cui a volte mi innamoro come una liceale. Mi piace confrontarmi, stabilire una sorta di dialogo con gli artisti che amo, giocare con le loro parole e i loro contenuti, fino a ripresentarli in una forma nuova, rielaborarli o magari nasconderli nei miei versi. È un gioco ma soprattutto un modo per rendere loro omaggio, una sorta di ringraziamento per quello che mi hanno dato, e al tempo stesso un invito al lettore ad approfondire a sua volta le loro opere. Il titolo della raccolta, Gabbiani Ipotetici, riprende una felice espressione di Giorgio Gaber, contenuta nei versi finali di “Qualcuno era comunista”, che cito anche in epigrafe. Alcune poesie invece portano i titoli di altri componimenti di poeti verso i quali ho un debito di riconoscenza. È il caso di “A se stesso”, da Leopardi, e “Vietato piangere” da John Donne. Ho rubato due versi a Bertolt Brecht per “A nonna Lina” e due versi ad Antonin Artaud per introdurre “Squilibrata e sana”. Ho dedicato una poesia a José Saramago, quando era ancora in vita, e in generale non perdo occasione per fare i nomi dei miei “maestri”. La visione del film L’onda (Die Welle) ha ispirato la riflessione contenuta in “Datemi” sulla tendenza a cercare una fede cieca che dissolva dubbi e insicurezze, e ho intitolato una poesia “Sorelle mai”, come il film di Marco Bellocchio, in cui mi riconosco in quanto emigrata da una piccola città di mare verso una città più grande all’inseguimento di un sogno. “Le donne sono più intelligenti” è stata scritta dopo aver visto il documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, e “Brutta” prende le mosse da due canzoni: “Bigmouth Strikes Again” degli Smiths, che contiene un verso limpidissimo nel descrivere il bullismo: “And I’ve got no right to take my place with the human race” (E non ho il diritto di occupare il mio posto nella razza umana) e un verso di “Nancy Boy” dei Placebo, “Eyeholes in a paper bag, greatest lay I ever had” (Un tipo da cuscino sulla faccia, la più bella scopata che mi sia mai fatta) che riprende e rovescia uno dei peggiori luoghi comuni sull’aspetto fisico. “Dimenticare Genova” è nata sull’onda delle emozioni riportate alla luce dal film Diaz e in particolare dalla colonna sonora di Teho Teardo, una musica che retroattivamente è diventata inseparabile dai miei ricordi personali del G8 del 2001.

  

Ti va di parlarci di Massimiliano ? una figura che ricorre spesso

   

chiamenti1Massimiliano Chiamenti è un grandissimo poeta, l’artista che mi ha influenzata più di ogni altro. È scomparso forse troppo presto perché gli venga riconosciuto il ruolo che merita nella storia della letteratura, e la sua eredità letteraria purtroppo non è in buone mani. La tendenza di molta poesia contemporanea a perseguire un linguaggio artificioso e iper-letterario, avulso dalla realtà, ha suscitato in vari ambienti molta diffidenza nei confronti dei versi autentici, carnali, prosaici e spesso scatologici di Massimiliano. La sua poesia, che per molti versi ricorda quella di Bukowski, è sincera al massimo grado, nuda, coraggiosa. Lui è il mio modello e, oltre ad amare l’artista, ho avuto la fortuna di conoscere l’uomo e l’onore di diventare sua amica, anzi di essere protagonista di una sua poesia, in cui non faccio una gran figura ma che serbo come un tesoro. Io e Massimiliano condividevamo gli stessi disagi, in comune avevamo l’amore per l’arte, una sensibilità eccessiva, un complesso di inferiorità pronto ad afferrarci in ogni momento, una voglia disperata di essere amati. Quando ci siamo conosciuti, le nostre vite avevano preso direzioni diversissime e i nostri rapporti sono stati in qualche modo limitati dal fatto che io, avendo la responsabilità di un figlio, non avrei mai potuto lasciarmi andare alla deriva insieme a lui. Ma ogni nostro incontro è stato per me come guardarmi dolorosamente allo specchio. Ricordo tutto di noi: gli episodi, le parole. La sua scelta di morire è una ferita che in me torna a sanguinare di continuo.

     

Come riesci a conciliare l’artificio dell’espressione artistica con la sincerità estrema della tua scrittura ?

    

La sincerità riguarda i contenuti che mi interessa comunicare, mentre l’artificio sta nel trovare le parole giuste affinché il lettore viva certe esperienze con la stessa intensità con cui le ho vissute io. Pensiamo a una persona che ha visto un paesaggio meraviglioso e vuole condividere la sua percezione con qualcun altro tramite la pittura. Non potrà certo scarabocchiare quello che gli passa per la testa, ma dovrà essere bravissimo e molto accurato con i pennelli. Per quanto si pensi che usare le parole sia alla portata di tutti, la cura e l’abilità richieste dalla poesia sono le stesse.

   

Che accento hanno i tuoi versi ? pendono verso il bolognese o il livornese ?

   

Direi nessuno dei due, ho fatto svariati anni di teatro e ho studiato a fondo le regole della dizione. Quando scrivo penso anche a come leggerò i miei versi in pubblico, a come interpretarli. Anche nell’espressione orale, è necessario ricorrere all’artificio di un’attenta recitazione per far vibrare le parole dell’emozione che si vuole trasmettere, della vita che le ha animate. Il mio accento si è imbastardito notevolmente, ho perso in buona parte quello livornese e non ho mai imparato il bolognese. Il livornese torna prepotentemente quando parlo con qualche toscano o perdo le staffe, ma di rado mi suggerisce versi. Ho tradotto una poesia di Bertolt Brecht in vernacolo e ne sono piuttosto soddisfatta, mentre il bolognese non solo mi è totalmente ignoto ma non ho alcuna percezione della “bolognesità”. Bologna è un crocevia di culture, linguaggi, nazionalità, non mi suscita alcun senso di appartenenza, ma mi regala gioia di vivere, sete di conoscenza, senso di libertà e una perpetua adolescenza. Bologna è un pianeta in miniatura, ti fa sentire davvero “cittadino del mondo”. Più definita è invece la “livornesità”: sento di appartenere ancora alla mia terra d’origine, ma ogni volta che ci torno avverto un senso di disagio, una leggera tristezza.

   

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Scrivere presuppone un atto di fede ? e se si in che cosa ?

   

Non mi piace la parola “fede”, la ricollego istintivamente a una religione o a un regime dittatoriale e la respingo. L’ho usata nel titolo di una poesia, ma in chiave sarcastica. Come osserva Adriana Soldini nell’introduzione, la mia ultima raccolta poetica ha un doppio finale. La prima delle due poesie conclusive si chiude proprio con il verso “e già ora non ci credo”. La mancanza di una fede, ma anche la perdita di fiducia è stata spesso fonte di ispirazione per me. L’ultima poesia, ovvero il finale più positivo, cita tra virgolette le parole della mia Beatrice dantesca, che è Brian Molko, cantante dei Placebo e mia principale ossessione musicale (vedi domanda 3). In una sua intervista lessi questo invito ad andare avanti seguendo i propri sogni, bruciando ogni ponte dietro di noi, e mettendoci il cuore anche a rischio di fallire e di uscirne distrutti. Nelle sue parole, ho trovato spesso una spinta ad andare avanti, a credere nella possibilità di far conoscere e apprezzare la mia scrittura. Quindi direi che per scrivere non serve una fede, mentre se vogliamo che la nostra scrittura viva al di là di noi, dobbiamo credere nel nostro sogno.

    

Chi è Francesca Del Moro nella vita quotidiana, e di cosa si occupa ?

 

Difficile dire “chi sono” nella vita quotidiana, posso dire cosa faccio. Lavoro a tempo pieno come redattrice e traduttrice, viaggio per oltre due ore perché sono pendolare. Nel poco tempo che rimane mi occupo di mio figlio ormai adolescente e cerco di fare in modo che la mia casa rimanga in uno stato di semi-decenza. Mi arrabatto tra le difficoltà che il lavoro comporta oggi e la mia condizione di madre single. A dire il vero, faccio una gran fatica ma mi sostengono il bel rapporto che ho con mio figlio, i momenti che mi ritaglio per dedicarmi all’arte, gli amici che non mi sono mai mancati e la città bellissima in cui ho scelto di vivere.

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One comment on “Intervista a Francesca Del Moro, a cura di Paolo Polvani
  1. martinacampi ha detto:

    L’ha ribloggato su Il proteo e la balenae ha commentato:
    “L’ultima poesia, ovvero il finale più positivo, cita tra virgolette le parole della mia Beatrice dantesca, che è Brian Molko, cantante dei Placebo e mia principale ossessione musicale (vedi domanda 3). In una sua intervista lessi questo invito ad andare avanti seguendo i propri sogni, bruciando ogni ponte dietro di noi, e mettendoci il cuore anche a rischio di fallire e di uscirne distrutti. Nelle sue parole, ho trovato spesso una spinta ad andare avanti, a credere nella possibilità di far conoscere e apprezzare la mia scrittura. Quindi direi che per scrivere non serve una fede, mentre se vogliamo che la nostra scrittura viva al di là di noi, dobbiamo credere nel nostro sogno”. Francesca Del Moro

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