Atene la città autoparlante, di Massimiliano Damaggio

   

   

Sono andato sull’Acropoli solo due volte, nel ’93 come turista e nel 2001, controvoglia, per tenere compagnia a un amico che era venuto a trovarmi. Quando vivi un luogo tutti i giorni, certe cose non le prendi in considerazione. Tanto sono lì, dici, e poi va a finire che non ci vai mai. Stefano, un mio carissimo amico di Milano, però, è un’eccezione. Vive la propria città nel profondo, conosce e cerca ciò che è nascosto come ciò che tutti vedono, con le stesse intensità e passione. Io sono più superficiale, e conosco di Atene soprattutto ciò che è nascosto, dove per esempio non rischio di incontrare gli italiani in vacanza. Così, sono convinto di vivere la vera città, quella non accessibile a tutti. Oltre a essere un errore, c’è in tutto questo un comportamento snob, e stupido. Una città è l’insieme di tutte le sue prospettive, che andrebbero tutte vissute nello stesso identico modo, come fa il mio amico. La visione di Stefano è “poetica” perché lui interagisce con ciò che gli sta intorno, perché c’è l’assemblamento soggettivo di una realtà complessa da parte di un uomo che, a sua volta, è plasmato dall’ambiente in cui vive. Sono convinto che non possa essere diversamente. Sono convinto che tutto il resto sia “turismo” nella peggior accezione del termine. Ed è per questo che non amo e non mi piacciono granché le poesie che parlano delle città. Sono quasi sempre testi “cartolina”. Ed è per questo, penso, che sono molto rari i casi di poeti che parlino della propria città. Meglio: ne parlano in continuazione perché ci vivono, e quindi la città diventa, citata o no, lo scenario di momenti della loro vita e del loro modo di pensare, ma raramente ne scrivono. Ma rimane uno scenario. Tutto questo mi sembra tanto più vero quanto, oggi, il rapporto fra uomo e ambiente va sempre più indebolendosi, tanto più le città vanno trasformandosi in non luoghi. Conosciamo meglio il centro commerciale più vicino che non il nostro quartiere. Lo stesso percorso estraniante ha percorso buona parte della poesia contemporanea, dove già è difficile trovare qualche riferimento al reale, figuriamoci poi al reale più quotidiano e quindi agli altri: i luoghi (e le persone) non contano più, esiste un non luogo assoluto dove galleggiano, sole e innocue, le parole. A questo punto, poiché ci sono davvero pochi poeti che testimonino l’ambiente in cui vivono (e scrivono), preferisco che sia l’ambiente stesso a farlo. Preferisco parlare non di poeti che scrivono della città, ma della città che si scrive da sola.

Sono anni che cammino per Atene, che mi siedo ai caffè con gli amici, che sento e annuso, come un animale, l’aria di questa città, inquinata sì, ma leggera. Sono anni che cerco di definire questo “qualcosa di totalmente diverso” rispetto ad altri luoghi, questo carattere fortissimo, questa bellezza che per esprimersi non ha bisogno di attrazioni architettoniche e artistiche, così fondamentali per le “belle città europee”. Atene, per fortuna, non è una città europea. Ha poche bellezze. Ne fa a meno. E’ una città vissuta in ogni momento del giorno e della notte, è il contrario del non luogo. E’ la città del tavolino: il luogo greco per eccellenza. Intorno al tavolino ci si siede, si ordina un caffè che dura un’ora, non si produce niente ma ci si scambia la reciproca umanità. Si penetra in quella sospensione temporale greca che produce, guarda caso, sentimento e intelletto. Forse per tutto ciò, non si sente la necessità di parlarne, di farci delle poesie. I casi di poeti greci che lo abbiano fatto sono molto rari, e per di più appartengono quasi tutti agli inizi del secolo scorso. Direi che, oggi, è Atene stessa a parlare di sé e a fornire poesia ai poeti.

La poesia è nelle strade

La poesia è nelle strade!

In tutta la città, ma specialmente nel quartiere di Exàrchia, quartiere degli artisti, degli anarchici e degli studenti, dove sono vissuto a lungo, fanno più poesia i muri che non i poeti. Ma dietro questi muri ci sono dei buoni poeti. Senza nome, senza firma, senza pubblicazioni, hanno scelto il muro come luogo comunicativo privilegiato. Guarda caso, nei social network come Facebook, la pagina su cui si scrive e si comunica agli altri si chiama “muro”. Questi senza nome, cui la città dà voce con i propri muri, diventano la voce stessa della città: è la città ad esprimersi in una moltitudine di parole diverse, come diverse sono le realtà delle vite che le ha generate.

Vivi per morire o muori per vivere

Vivi per morire
o muori per vivere?

E cosa non avete fatto per seppellirmi e pero avete dimenticato che ero un seme

E cosa non avete fatto
per seppellirmi, e però
avete dimenticato
che ero un seme

E' venuto il domani a scacciare loggi
E’ venuto il domani
a scacciare l’oggi

Credo dipenda dalla sensibilità di ognuno di noi giudicare poesia o meno una frase scritta sul muro. Ma una città che parla e costruisce un discorso con chi ci vive e ci cammina dentro è un luogo di interazione da cui ognuno di noi può ricavare, a seconda della propria sensibilità, la poesia. Montando, smontando, rielaborando quello che il muro ci offre:

vivi per morire, o muori
per vivere?
e che cosa
non avete fatto
per seppellirmi?
e avete scordato
che ero seme:

è venuto il domani
a scacciare l’oggi

Ma ovviamente poteva essere del tutto diversa, questa poesia. Niente mi vieta di aggiungerci qualcosa di mio, sulla pagina o, molto meglio, su un altro muro. Un altro passante attento costruirà una cosa diversa, vedrà e sentirà Atene differentemente da me e dagli altri che mi hanno preceduto con lo spray. La città allargherà i propri confini verso altri, e diventerà altro ancora. La città, in sostanza, non è una natura morta ma un corpo vivo, composto di organi. Molte voci, molti significati: è questo che vedo in Atene e che Atene mi comunica: una città plurale che nessun poeta, singolarmente, potrebbe trasmettere ad altri.

La “street poetry”, che per esempio esiste negli Stati Uniti come forma poetica vera e propria, praticata quindi da poeti che utilizzano questa modalità e in qualche caso si firmano, è praticamente quasi assente in Italia. La cosa non mi sorprende. Il nostro paese è davvero un museo a cielo aperto, sotto tutti i punti di vista. E’ però capitato che un gruppetto di poeti scrivesse qualcosa su foglietti, poi appiccicati per le strade di una città, e chiamasse questa cosa “poesia di strada”. La definizione è giusta fin tanto che si voglia far leggere alla gente delle poesie in mezzo a una strada invece che su un libro. Non è la strada che parla né è il luogo che parla di sé attraverso la strada. C’è una discreta differenza. La poesia di strada di Atene è una creazione plurale, che si avvicina e anzi ritorna alla poesia orale dove il testo e l’argomento, passando di bocca in bocca, di muro in muro, di spray in spray, attraverso il tempo, vengono costantemente riadattati alle circostanze e alle esigenze degli uomini che la utilizzano.

trova un modo per ritardare la notte

Trova un modo
per ritardare la notte

questa notte non ce soluzione

Questa notte
non c’è soluzione

Questa notte non c’è
soluzione: tu
trova un modo
per ritardare la notte

Il piatto forte della poesia di strada potrebbe e, secondo me, dovrebbe essere la poesia civile, ma ancor più quella politica. La creatività di questa città consente di raccogliere dai muri, dai pali, da ogni superficie scrivibile, non solo dei semplici slogan, di cui pure ce n’è in abbondanza. Con gli slogan si fanno solo dei manifesti: è il male di tanta poesia “civile”. Ne ho sempre trovata di più sui muri di Atene che nei libri. Nel 1999, elaborai una poesia di strada con frasi raccolte tutte in via Methònis. Fotografie non ne avevo fatte e la maggior parte di scritte sono scomparse dai muri, sostituite da altre. Ne è rimasta solo una, che ancora resiste:

Il vostro mondo un mondo che ama cio che odia il nostro mondo altro

Il vostro mondo, un mondo
che ama ciò che odia
il nostro mondo altro
ο κόσμος σας, ένας
κόσμος
που αγαπά ότι μισεί
ο κόσμος μας,
άλλος

οι αρνήσεις τρέφουν
την ομορφιά μας

στις τσάντες των
super-market κουβαλάμε
τα κεφάλια μας

αγοράστε, καταναλώστε
χαρείτε, αντε βοηθήστε με
να παραμείνω πλούσιος

*

il vostro mondo, un
mondo
che ama ciò che odia
il nostro mondo,
altro

i rifiuti nutrono
la nostra bellezza

nei sacchetti dei
supermarket trasportiamo
le nostre teste

comprate, consumate
gioite, su, aiutatemi
a rimanere ricco

A volte, ci si trova davanti a delle vere e proprie fulminazioni. Sempre in via Methònis, il paradiso della poesia di strada ad Atene, nascosta in un angolo ho trovato questa poesia:

cosa ami negli altri le mie speranze

– Cosa ami negli altri?
– Le mie speranze
Oppure dei veri e propri testi assolutamente compiuti, e corredati di illustrazioni di ottima fattura:

Viviamo come bambini perduti le nostre avventure incompiute
Viviamo come bambini perduti
le nostre avventure incompiute

E’ molta la poesia a/di Atene. E’ molta ed è libera e, quel che più conta, tutti la possiamo leggere, usare, trasformare, riproporre. Possiamo appropriarcene perché è nostra. Possiamo fare poesia slogan, poesia politica e civile, poesia d’amore, poesia intimistica. Possiamo giocare, come dei Dada di quartiere, scrivendo sulla saracinesca di una banca:

derubami

Derubami!

E sul muro accanto:

grazie ai soldi abbiamo dio

Grazie ai soldi
abbiamo dio

Potremmo scrivere un libro in progresso e aggiornarlo quotidianamente, un libro che contenesse tutte le versioni di chi leggesse questi muri. Un libro infinito che cambi di ora in ora. Sarebbe comunque soltanto un libro. Diversa è una città autoparlante. Roque Dalton diceva: la poesia è di tutti.

Ora immaginate di camminare, di leggere, di essere la carta su cui vanno ad appoggiarsi le parole: tocca a voi entrare nella poesia, ed essere scritti.

poesia di strada atene

poesia di strada atene

  

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