La piazza lacrimogena, su Massimiliano Damaggio di Carlo Bordini

   

   

            Massimiliano Damaggio è un transfuga del mondo letterario ed è anche un fuggitivo dall’Italia. Uno straniero, in un certo senso. Ama la poesia latinoamericana più della poesia italiana, e in effetti, non gli si può dare torto. Deforma l’italiano in cui scrive. Per un periodo abbastanza lungo non ha pubblicato o ha rifiutato di pubblicare. Ha frequentato il mondo della poesia a Milano, negli anni novanta, poi, nei primi del nuovo secolo, è partito per la Grecia, dove risiede. Ha abbandonato non solo l’Italia, ma anche il mondo della poesia italiana. Ha abbandonato, in fondo, l’istituzione letteraria; si è isolato. Ha continuato a scrivere. Il suo linguaggio è particolare. La sua sembra la deformazione di uno straniero.

            Damaggio non cancella le sue tracce. Non è astuto. Non butta via le scorie. E’ ingenuo, come si dice nel mondo letterario. Ma la sua poesia ha forza, potenza e cortocircuiti. Damaggio ha un’attrazione fortissima per la realtà. La sua è una poesia narrativa. Descrittiva. Ma in questa descrizione non si ferma alla superficie. Costruisce, con materiali visivi, da reportage, quasi televisivi, potremmo dire, con visioni senza ombre, a pieni colori, delle metafore. La realtà è sempre lì. Ma assume un significato particolare. Lo sguardo giunge a deformare questa realtà apparentemente vivida.

  

Questa sera passo da piazza Omònia

dove le siringhe conficcate nell’asfalto

splendono come piccole candele votive

nel bagliore del mondo finanziario.

    

            Il modo che ha Damaggio di deformare la lingua, di piegare la lingua, mi sembra la sua cifra distintiva. E’ un linguaggio a volte volutamente sgraziato, il linguaggio della realtà urbana; è come se Damaggio prendesse per il bavero le parole, le obbligasse a perdere la loro aura, a piegarsi all’iperrealismo. In questo iperrealismo c’è però una visione soggettiva del mondo, una astuta serpeggiante parodia del reale. Mi colpisce l’espressione “la piazza lacrimogena“. Sappiamo o crediamo di sapere quello che accade in Grecia. Ma piazza lacrimogena è un’espressione che va oltre, che si può leggere a vari strati. Non è soltanto la piazza dove si buttano i lacrimogeni. E’ la piazza dove si piange. Ma in questa maniera Damaggio restituisce significato alla parola piazza: una parola antichissima, il luogo dove si vive, dove la gente vive: oggi la piazza è per noi semplicemente un luogo in cui c’è una rotonda in cui passano le automobili, in questa poesia è il luogo dove si vive, e queste lacrime sono le lacrime della povertà, della vita. Di quella piazza che è la vita. Quindi questo accostamento deformante (non sono le piazze ad essere lacrimogene, sono i proiettili) assume un significato polivalente che è quello della poesia.

            Così come certe forzature volutamente al limite dello stridere: poesia rude, colleghi poeti… è difficile trovare qualcosa di più prosastico. Ed è anche un prosastico in cui c’è una vena polemica: togliamo la cipria alla realtà, facciamola vedere senza belletto, senza trucco; chiamare “colleghi” i poeti, come si chiamano dei compagni di lavoro, ma di un lavoro qualsiasi, ha un significato chiaramente irridente… contesta la falsa sacralità del ruolo di poeta… mette in luce il piccolo arrivismo che spesso caratterizza l’ambiente letterario… e in questa visione senza abbellimenti c’è una grande pietà. La poesia è una pietra che si lancia, ma che, quando arriva, si trasforma in una preghiera. Nella descrizione impietosa e iperrealistica del dolore e della sofferenza, c’è una grande pietà. Ed è questa, in definitiva, l’idea della poesia che anima Massimiliano Damaggio.

   

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Pubblicato su Autori, Critica, Damaggio Massimilano

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