Note su Poesia come pietra di Massimiliano Damaggio, a cura di Manuel Cohen

   

  

  

Note di Manuel Cohen apparse in Punto Almancco su Poesia come pietra, di Massimiliano Damaggio prefazione di C. Bordini, Edizioni Ensemble, Roma, 2012.

   

“Verrà il neon e avrà i tuoi occhi / i tuoi occhi così sepolti / inquadrati dagli schermi” (p.60), è l’attacco di Neon un testo del 1993 che fa un po’ il verso a Pavese e che affronta scenari indagati, per altri versi, da Lidia Riviello anni dopo. Sono di Massimiliano Damaggio (1969), apolide o comunque in viaggio e fuggitivo, che aveva esordito in poesia nei primi anni Novanta, incoraggiato da Giancarlo Majorino, partecipando ad alcuni festival e letture. Successivamente si è trasferito ad Atene rompendo i ponti con Milano e la penisola. Dopo molti anni ricompare, in un vero e proprio ri-esordio, nelle coraggiose edizioni Ensemble (per i cui tipi è uscita l’esordiente, transfuga e apolide italo-franco-polacca: Paulina Spiechowicz) che un gruppo di giovani ha fondato a Roma. Poesia come pietra raduna testi scritti nell’arco di un ventennio, dunque mai archiviati, ma letti e rivisti, portati con sé da una terra all’altra, e da una lingua all’altra: alcuni appaiono infatti in versione bilingue, in italiano ed in greco. In prefazione Carlo Bordini scrive tra l’altro che il nostro “toglie la cipria alla realtà” e l’affermazione risulta calzante: nella scrittura egli  mostra di non tenere in gran conto, anzi, di disconoscere, tutto quanto passa per ‘letterario’, quella che Mario Luzi stigmatizzava come ‘letterarietà trionfante’: più che un insieme di registri e di codici, una serie di modalità operative, a volte di veri e propri tic verbali, e di comportamento in base a cui si è accolti o si appartiene ad una Parnaso o enclave o milieu letterario (cerchia, conventicola, linea, lobby) ridotto dal mondo globalizzato, dalla forza dell’economia (poi dalla recessione) a cavernicoli senza aureola, terziario (‘colleghi’) senza cittadinanza: “Colleghi poeti, chi l’avrebbe detto / che avremmo scritto per non avere voce / che ci saremmo impegnati così a fondo / per ritornare, convinti, al geroglifico?” (Poesia odierna, p.18) . Dunque, in quel ‘togliere la cipria’ sta il rifiuto della bellettristica salottiera e un affondo, un affronto diretto con l’esistente liberato dalla lettera. Tutto vero, purché non si commetta l’errore di reputare Damaggio uno spontaneista di ritorno, un naif: “La strada bianca come un disinfettante / le pietre grandi, le pietre piccole, le pietre vaioliche / le colline, vuote, come una morte recente. // Questo, alla fine, ma anche all’inizio, è la poesia / che come una mosca tossica / depone nel corpo le uova della solitudine.” (Metafore paesaggistiche, p.96) è chiara la sua posizione politico-culturale. Le parole sono pietre, e le pietre sono la realtà in sé e per sé, in cui si infrangono o rimbalzano le vite, le cose e gli uomini nei centri commerciali, nella “piazza lacrimogena” (p.11) della grande crisi occidentale, ad Atene dove monta la protesta nel maggio 2011, per le strade devastate di Sarajevo nel 1998 (a cui è dedicata la terza, splendida sezione del libro) nella guerra etnico-fratricida.  Parole come pietre, sassi lanciati nello stagno, ma anche schegge luminose e riaffioranti di una poesia di tutti i tempi e mediterranea (De Andrade, Seferis, Ritsos) e numinosa di significazione (e libertà) nella quarta e ultima sezione dedicata a Citèra, la grande isola che sorge ai piedi del Peloponneso. Damaggio si ripropone con un libro denso, dal gusto deciso e maturo, con quella naturalezza che è dato cogliere solo in certi autori latinoamericani: “Oggi la poesia deve essere una preghiera. / Nient’altro che una preghiera / in forma di pietra / scagliata con la mano” (p.17).

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