Le poesie di Lucia, di Luigi Paraboschi

   

   

Credo negli anni di avere letto tutte ( o quasi ) le poesie di questa autrice ma fatico ancora oggi ad inquadrarla dentro una categoria letteraria.

   

Sarebbe facile ma forse troppo riduttivo per lei usare il termine

“minimalismo“ e lo si potrebbe anche fare se si volesse mettere in evidenza solamente l’atmosfera di sottotono che ha ognuno di  questi scritti, come  si può osservare da  questo stralcio  di una poesia senza titolo

 

oggi ci siamo detti questo, l’abbiamo chiamata

alternanza. Si nasce, si muore o semplicemente

si sta. Ogni probabilità di fuga si frantuma

sotto la scarpa di un padrone “

   

Siamo tutti da tempo avvezzi al termine “ alternanza “ usato nei più diversi incontri socio-politici, ma scoprire all’improvviso che l’alternanza per questa autrice si riduce molto semplicemente  in quel “ si nasce, si muore , ci riporta con i piedi per terra e anche noi alla fine dobbiamo convenire che Ogni probabilità di fuga si frantuma sotto la scarpa di un padrone “.

   

E la domanda che appare subito dopo la lettura dentro ognuno di noi non  ha certamente una risposta univoca, perché il padrone può essere sia quello tradizionalmente inteso come datore di lavoro, oppure essere un padre-padrone, o anche di questi tempi, un marito-padrone, ma in questo caso potrebbe assumere la veste del tempo quale metro e misura di tutto il vivere, e penso di non essere lontano  dal vero nell’interpretare in tale senso  il pensiero della poetessa.

   

L’antiretorica, l’osservare il mondo con occhio disincantato, quasi privo di illusioni, è la caratteristica principale di questi lavori. Tutto lascia trapelare questo atteggiamento volto al dimesso, al detto sottovoce che a volte è semplicemente quasi accennato.

   

Anche quando parla di avvenimenti cosi detti grandi , determinanti, come l’amore o la morte, Lucia lo fa dicendo le parole con semplicità “  scriviamo del dolore nelle pieghe/ di poche poesie venute male, o riferendosi alle  inevitabili accuse tra una moglie tradita ed un marito che vuole aver ragione con lei che ha scoperto il suo tradimento e non sa che ribattere miseramente accusandola di una banalità come i quadri sono storti che sono storta/io, oppure, quando essa parla  del proprio funerale afferma disinvoltamente, quasi con nonchalance “ bruciatemi se muoio, col vestito/ quello nero che mi fa tanto snella/ ultimo vezzo di una femmina ostinata”.

  

L’uso che Ingranata fa delle parole è sempre estremamente parco, quasi come se ne avesse  paura o  rigoroso rispetto, conscia della loro importanza, ma anche della necessità di evitare lungaggini o di caricarle con un eccesso di simbolismo.

    

Non fa uso di metafore, rifugge da espressioni prefabbricate, non si concede il gusto di meravigliare semplicemente per apparire, no, Lucia va sempre al nocciolo della questione, non scrive così tanto per passare il tempo, non si crogiola negli “ effetti speciali “, scrive per mettere sempre in evidenza una situazione esterna o interiore, però lo fa con parole decise e appropriate, senza fumosità o giri viziosi.

    

Eppure la sofferenza trapela sempre da ciò che Lucia scrive, basta saperla cercare, perché non è mai proclamata, è semplicemente detta sottovoce, quasi con rispetto verso il lettore che ha il diritto di conoscere ma anche di non essere sommerso dal traboccare dei sentimenti, cosa che molto spesso avviene in tanti poeti dilettanti.

    

La poesia dal titolo “ Fosca “, ad esempio,  chiude con un verso che è lapidario come una sentenza “ Fosca non sa di ogni penitenzae noi sappiamo che Lucia parla anche di sé stessa, delle sue fatiche, dei suoi problemi per allevare i figli, lei che sa di “ vivere come se fosse un uomo anche se tutto è sottaciuto, non scritto, ma il lettore capisce cosa lei stia raccontando , perché lei raduna i morti in un cassetto e noi immaginiamo, comprendiamo, che sta parlando di quei ricordi cartacei dei cari estinti, delle immaginette con ritratto che si consegnano sempre a futura memoria e che finiscono ad impolverasi in qualche cassetto di casa; lei è capace di un dolore retroattivoperché dice più avanti “ è la passione che mi fregae alla fine, quando si  concede alla sofferenza, lo fa in modo duro, raffigurandosi nel suo immaginario come la mucca del vicino che capisce il piemontese e ha smesso di figliare “.

    

Non ci regala poesia consolatorie, Lucia ( o Marilena ), non parla mai dell’ “ anima “ nei suoi versi, perché questa è una parola che a suo dire non ha senso, e il vederla scritta in qualche testo so che la rattrista, ma se c’è una persona che possiede una bella anima, questa è lei, perché solamente chi ha tanto rispetto e comprensione per il dolore che  circonda tutti, può permettersi la civetteria un po’ snobistica  di non tollerare l’uso di questo sostantivo.

   

E’ un’anima piena di pudore, quella di Lucia, un’anima nella quale è sempre presente  il ricordo della madre scomparsa, alla quale lei rimprovera bonariamente che “ diceva troppo spesso che ero bella/ma aveva lenti doppie e poi mi amava “, è la stessa anima sensibile e fornita di ironia  arguta che le fa scrivere “ io e mia sorella abbiamo i piedi uguali/ e il cuore, bucato nello stesso punto/ ci confondono spesso non si vede/ che lei è buona, so mentire/ come in quella foto dove rido/ e accanto sono tutti morti”.

   

Credo che senza aver presente la profondità interiore che hanno le radici famigliari dentro l’anima ( ebbene, sì, lo scrivo ) di Marilena non sia possibile accostarsi alla sua poetica perché in questo caso ci si verrebbe a privare della chiave interpretativa, a mio parere, più vicina alla volontà di scrittura di un’autrice che scrive per “ colmare il vuoto degli inventari “ e che ha lasciato “ i denti del giudizio dentro una scatolina di cartone/ con un foglio che spiega chi non sono “, esattamente proprio come scrisse a suo tempo il maestro di molti  “ codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

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Pubblicato su Autori, Critica, Ingranata Lucia Marilena

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