Su Valeria Serofilli e sul Caffè dell’Ussero, di Maria Giovanna Missaggia

   

   

Tre note di Maria Giovanna Missaggia.

  

Dei tanti, tantissimi scrittori di versi che affollano sia le pagine a stampa che quelle elettroniche, in una sinfonia vastissima e frastornante di voci, i versi di Valeria Serofilli ricordano il suono di un diapason che fissi la misura, il “senso del verso”, per l’appunto, ossia la sua ragion d’essere e, per cosi’ dire, la direzione del suo moto, ossia i punti cardinali verso cui risulti oggi possibile orientare la ricerca poetica.
Questo carattere ragionativo-inquisitorio emerge dalla tessitura dei testi che si fonda sul rincorrersi di sempre nuove, e via, via piu’ articolate definizioni dello spunto di origine, come un ampliarsi della riflessione poetica per mezzo di successive puntualizzazioni, sfaccettature, approfondimenti su un tema d’avvio, secondo una struttura a cerchi concentrici (e non a caso una tra le piu’ belle liriche della Serofilli, che da’ il nome ad una intera raccolta, si intitola Chiedo i cerchi).
Ma questa sorta di accanimento definitorio non si esprime per mezzo di un linguaggio geometrico e lineare, bensi’ sceglie la forma piu’ difficile e improbabile per svolgere un ragionamento, ossia quella dei legami analogici tra la realta’ che si vuol descrivere ed una serie di immagini che si sviluppano in successione e scaturiscono l’una dall’altra, secondo una strutture a climax.. E’ come se il “senso del verso” si sdoppiasse: da un lato l’indagine ragionativa, dall’altro una creazione ininterrotta e multiforme di piani della realta’ ognuno dei quali riflette l’oggetto indagato, lo trasforma e ne suggerisce nuovi potenziali significati.
In questo senso l’inserzione dei richiami piu’ o meno espliciti a Montale che la stessa autrice segnala (Fili di carrucola dipanano/ strane circostanze, Resoconto) mi sembra abbia una funzione ben diversa da quella dell’usuale ammiccamento letterario, o di un senhal posto ad esprimere il proprio debito intellettuale verso un modello poetico: e’ invece uno specchio aggiuntivo, sovrapposto ai molti altri creati dall’autrice, e che, come gli altri, riflette l’idea o l’immagine che e’ al centro della ricerca, ed in parte la spiega, in parte la deforma, rendendo necessario un nuovo tentativo di definirla. Questo, credo, spieghi anche i rimandi interni ai testi della stessa autrice che e’ possibile trovare nelle sue raccolte poetiche.
Quanto alle analogie cui e’ affidato il compito di estrinsecare la vera sostanza delle nostre esperienze, esse hanno la natura rutilante, la musicalita’ sonora e la capacita’ di ramificarsi ininterrottamente che hanno gli slittamenti analogici della poesia barocca. Sebbene il Barocco non costituisca uno dei riferimenti intenzionali di Valeria Serofilli, e’ innegabile che esso sia un tratto connaturato alla sua sensibilita’, come dimostra la struttura dei suoi testi nei quali uno stesso dato della realta’ subisce continue metamorfosi per mezzo di successive metafore, ognuna delle quali sembra essere quella che definitivamente imprigiona l’essenza stessa della cosa descritta, mentre e’ solo un nuovo punto di avvio da cui si dipartono altre trasfigurazioni (“Nata appena / come d’uva il mosto/ Appena sorta / com’alba da tramonto /Schiusa / pistillo da corolla:/ liquida / com’acqua di sorgente”, Ebbra). Barocco e’ anche un ulteriore elemento che caratterizza i versi della Serofilli e che non saprei come definire se non come una sorta di sensuale esuberanza verbale: sequenze allitteranti e paronomasie producono echi e risonanze interne che complicano ed arricchiscono i suoni fino a riprodurre sul piano della musicalita’ l’intensita’ delle sensazioni descritte (“Col vivere si versa / al vivere un acconto/ ma sempre infine ti si riversa il conto/ in scomodo ritardo, prolisso contrattempo”; “quel tuo darsi – strano a dirsi – in fogli sparsi/ aspersi di consenso, di non detto. /Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi”, Resoconto).
Significativa, infine, e’ la naturalezza con cui all’interno di questi accorgimenti tecnici viene accolta una sostanza umana viva e bruciante: Resoconto e’ il solitario colloquio con un maestro scomparso, ma e’ anche il dialogo, colto con straordinaria immediatezza, che ogni uomo ha con se stesso (“ricordi a branchi / brancolano il buio/ ed io qui in attesa di dire / cosa? -“; “Discorsi – quanti, (ricordi?) – sui corsi e sui ricorsi/ il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto/ l’ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno/ l’altra metà è fine del sentiero).

Pisa, 19 Febbraio 2010

***

COMMENTO A CINQUE TESTI DI VALERIA SEROFILLI TRATTI DALLA RACCOLTA AMALGAMA

Intenso ed allusivo e’ il titolo della nuova raccolta di Valeria Serofilli, Amalgama, ma la chiave interpretativa dei cinque testi tratti da questa, e pubblicati sul sito di Ivano Mugnaini, e’ data dal titolo di una singola lirica: “Sovrasenso”.

Già questi pochi componimenti delineano un percorso complesso, e la ricerca, ragionata e tenace, ancora una volta del “senso del verso”, per riprendere il titolo di una precedente raccolta della Serofilli, ossia della ragione d’essere del poetare. Gli strumenti di questa ricerca consistono in una tecnica versificatoria che e’ divenuta la cifra personalissima della Serofilli e che, come ho avuto modo di dire in altra occasione, si puo’ accostare alla poesia barocca per l’abile uso di tutte le figure stilistiche proprie di questa categoria letteraria. Solo che, nel crogiolo della tecnica fondata sulle metafore ed in genere sui metalogismi, l’autrice immette contenuti estremamente originali, tanto da configurare alla fine un tipo di poesia che non e’ accostabile a quella di nessun modello canonico.
Gli stessi temi trattati, la riflessione sulla scrittura e sul suo rapporto con il lettore, se da un lato si inseriscono all’interno di un filone tematico dai precedent illustri, dall’altro si sviluppano in immagini e contenuti che non trovano alcun parallelo nella tradizione letteraria.
“Noi siam le triste penne isbigottite,/ le cesoiuzze e ‘l coltellin dolente, /ch’avemo scritte dolorasamente/ quelle parole che vo’ avete udite” scriveva Cavalcanti facendo parlare in prima persona il proprio materiale scrittorio.

Di converso la Serofilli scrive:

“Sono l’impasto / da gustare piano
pagina a pagina, riga inchiostro pelle
carta di guscio che t’incanta molle”

Dove la riflessione sul rapporto tra autore e creazione poetica non passa piu’ attraverso la personificazione, in terza persona, dell’inchiostro o, come nei poeti stilnovisti, attraverso la personificazione dello stesso componimento poetico, ma procede all’identificazione, in prima persona, tra scrittura/scrittore, contenuto/autore, nonche’ all’inclusione di un terzo elemento, il lettore, le cui impressioni sono efficacemente evocate per mezzo di un accostamento sapiente di termini allitteranti (“carta di gusto che t’incanta molle”).
Ne scaturisce un significato di poesia come procedimento complesso e razionale di composizione di immagini e di significati, ma anche come piacere avvincente e sensuale.
Altrettanto significativo ed efficace, sia sotto il profilo della musicalità che della coerenza ragionativa, il testo “Bevitrice di inchiostro”, nel quale l’accostamento tra il vizio del bere e quello della scrittura, e più in generale dell’arte, può richiamare alla mente dai poètes maudits, a Edgar Allan Poe, al Santo bevitore di Joseph Roth. Ma la Serofilli tesse su questo parallelismo immagini e significati nuovi. Infatti, le due metafore, quella della bevitrice di birra e quella della bevitrice di inchiostro, si intrecciano e si complicano a vicenda perché ancora una volta se la poesia è accostabile al piacere trasgressivo, essa ambisce al tempo stesso a mete ben più impegnative e durature nel tempo :

bevitrice di birra
più o men bionda
ma più d’inchiostro
che come malto non finisca
in orzo.

L’immagine della luna che sussurra versi e che appartiene alla più consolidata tradizione letteraria ottocentesca viene totalmente innovata per mezzo dell’allusivo, e decisamente inusuale, accostamento al colore della birra, la quale, in modo altrettatno inusuale, diventa marchio di distinzione in quanto parte di una sorta di rito religioso con il quale chi scrive si fa intermediario tra cielo e terra:

La luna piena stanotte
non sussurra che versi
stanchi a me / stanca in ascolto
bevitrice di birra
più o men bionda

in contrapposizione all’atteggiamento di un immaginario interlocutore, estraneo ai culti poetici, un irreligioso “bevitore di coca-cola”, riguardo al quale la Serofilli formula una sintesi folgorante:

la felicità di un foglio bianco
non appaga lo sforzo dell’astemio

Quest’ultimo verso trova corrispondenza, anche per l’ intensità espressiva, in quelli di “Sovrasenso”:

Crea per te il bianco di un silenzio
ma colmo del più acuto sovrasenso
e circuisci lo spazio che ti pesa
centometrista senza la sua asta

dove lo sforzo creativo viene espresso per mezzo di una similitudine che utilizza con naturalezza un’ immagine estranea alla tradizione poetica (centometrista senza la sua asta), e che ancora una volta rievoca lo slancio e la difficoltà di librarsi verso l’alto.
I due volti dell’arte poetica, la dura, tenace fatica e la capacità visionaria, emergono anche dalle immagini e dalle parole di Inchiostro, una lirica la cui calligrafica brevità provoca tra i versi una sorta di cortocircuito a causa della concentrazione estrema delle metafore e dei corrispettivi significati, aventi sempre per oggetto l’attività della scrittura, il suo essere “poiein” (L’aratro ha mietutodistanze impari ), ossia concreta pratica artigiana, e parto astratto dell’intelletto:

è nato inchiostro probabile
per farne capoverso.

Attraverso sequenze elencatorie e al tempo stesso analogiche, dunque, (…acini essenzapane seme mosto ; …il giusto pane, lievito / impastamento), l’autrice produce continue sovrapposizioni metaforiche, dalle quali le parole acquistano molteplici sovrasensi. L’esito finale non e’ pero’ quello della dissolvenza dei significati, di un puro soggettivismo degli stessi, ma di una ricostruzione di senso, tanto da approdare alla lirica Indosso arcobaleno, una sorta di testamento dell’autrice a se stessa (Risparmia il verso che corre controvento/ riscopri il senso che nutra di risveglio […] per non rischiare cadute di non senso / falsi richiami a miti desueti.) In essa, l’articolazione tematica del testo e’ evidenziata dall’uso di tecniche stilistiche diverse: dalla mescolanza di cenni descrittivi e dati puramente soggettivi della prima parte

E sorride la ragazza in motorino
mentre un rosa / accende la mia voce
se ti dico – Aspettami che arrivo

ai passi di riflessione critica (Ben altra controversia …) inframezzati da citazioni (…non ti curar di loro) che nei versi della Serofilli assumono, come ho già avuto modo di osservare, la funzione di attivare nel lettore echi e risonanze della tradizione letteraria, per poi accentuare il distacco da questa.
Anche per questo motivo, ossia il convogliare in un unico testo materiali poetici tanto diversi, si produce, ben percepibile fin dalla prima lettura, l’effetto di un amalgama, perfettamente riuscito.
Poesie come queste meriterebbero di essere inserite in una silloge della produzione poetica più significativa di questi anni se solo le grandi case editrici adottassero un libero e spassionato criterio di esame dei testi letterari attualmente esistenti, criterio che gia’ Doris Lessing, anni fa, osservava essere diventato monopolio quasi esclusivo dei piccoli editori.

Pisa, 29 Agosto 2010

***

Lo storico Caffe’ dell’Ussero ritrova la propria tradizione letteraria.

Nello storico palazzo Agostini, menzionato in documenti e cronache del Quattrocento, ha sede sul Lungarno Pacinotti a Pisa, il Caffe’ dell’Ussero, che a sua volta ha fatto da sfondo ad avvenimenti culturali storici, come il primo Congresso Italiano degli Scienziati nel 1839, fino a diventare esso stesso oggetto di opere letterarie, come le Memorie di Pisa di Giuseppe Giusti, uno dei tanti scrittori dell’Ottocento, come del secolo successivo, che fecero di questo caffe’ il proprio luogo di incontro e di discussione.
Questa tradizione di cenacoli letterari, interrottasi da molti anni, costituisce una consuetudine sociale e culturale che e’ ben difficile far rivivere ai nostri giorni per una infinita’ di ragioni che spaziano da quelle storiche, che rendono l’epoca attuale poco incline ad accogliere spazi di riflessione sulla letteratura al di fuori del circuito accademico, a quelle pratiche, in quanto l’organizzazione di simili iniziative richiede un lavoro indefesso che puo’ essere sostenuto solo da chi viva l’interesse letterario piu’ come una religione che come un lavoro o una passione.
Per tutti questi motivi, personalmente mi e’ sempre accaduto di guardare con viva speranza, ma con disincanto, alle iniziative di tal genere, all’incirca come un appassionato di volo potrebbe osservare il restauro di velivoli da collezione senza alcuna convinzione che poi decollino davvero.
E’ stato dunque un vivissimo piacere, ed una sorpresa, constatare come Valeria Serofilli, scrittrice e membro della giuria del premio Viareggio, sia riuscita, al contrario, a ridare vita e slancio agli incontri letterari che si tengono al venerdi al Caffe’ dell’Ussero, conferendo loro nuova forma e diversa articolazione rispetto ai cenacoli letterari di un tempo, e proprio per questo riuscendo a renderli non tanto espressione delle sue notevoli capacita’ di organizzatrice, ma quasi un’esigenza spontanea di gruppi diversi ed eterogenei di persone appassionate di letteratura.
Caratteristica davvero significativa dell’iniziativa della Serofilli e’ infatti il carattere inclusivo, e non esclusivo, come ogni vero circolo culturale dovrebbe essere, intendendosi per “carattere inclusivo” non la tendenza ad accogliere qualsiasi materiale letterario, quanto la capacita’, piuttosto infrequente nel panorama della cultura italiana, di coinvolgere in uno stesso ambiente autori diversi, alcuni gia’ ben introdotti nel panorama editoriale e noti al vasto pubblico, cosi’ come altri appena esordienti o per i quali l’esperienza letteraria costituisce una sorta di excursus nella propria esperienza sia professionale che esistenziale.
Il saper legare insieme questi contributi diversi, ma non disparati, eterogenei, ma accomunati tutti dalla metodica ricerca del rigore, cosi’ come il saper creare un clima di libera discussione, privo di inutili sussieghi ma fervido e appassionato, senza mai toccare i toni della polemica personalistica, devono indurre non solo a un pubblico riconoscimento di merito ma anche ad un caloroso ringraziamento a Valeria Serofilli.

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